Santo Calì (Linguaglossa21 ottobre 1918 – 16 dicembre 1972) è stato un poetainsegnanteenigmista e uomo di cultura italiano.

Dopo aver frequentato l’università di Roma, sotto la guida dei maggiori studiosi del tempo, si laureò a Catania con una tesi dal titolo “Il Folklore nella zona Nord-orientale dell’Etna”, rivelando già da allora il suo vivo interesse per le tradizioni della sua terra. Fu un uomo poliedrico, dagli interessi vastissimi, che si impegnava con passione in tutto ciò in cui credeva. Dedicò la sua vita all’impegno politico, all’insegnamento e alla cultura. Da giovane militò nel movimento separatista e in seguito si iscrisse al partito comunista, all’interno del quale partecipò attivamente alla vita politica di Linguaglossa. Come insegnante egli fu tra i primi ad utilizzare un nuovo modo di fare scuola, più democratico e più aperto alle novità. In tempi in cui non si parlava d’attualità a scuola, egli collegava spesso la sua didattica ai fatti del presente e a tale scopo, ad esempio, portava il giornale a scuola e lo commentava insieme ai suoi alunni. Calì fu un fine letterario ed erudito. Tradusse in siciliano e reinterpretò diversi poeti del passato, come i poeti dell’Antologia palatina in “Mara Sgamirria”, Marziale in “Epigrammi di Marziali”, Giovenale in “Fimmina”, scrisse saggi di folklore, di etnologia, di sociologia, di storia e di storia dell’arte. Per gli studenti di Linguaglossa, scrisse il testo “Il mio paese”, ricco di notizie sulle leggende, sui canti, sugli uomini illustri, sulla storia di Linguaglossa. Nel testo ci sono anche dati statistici sul territorio, sulla popolazione, sulla geografia e sull’economia del paese. Egli inoltre raccolse e commentò le poesie degli alunni del liceo in cui insegnava e provvide a farli pubblicare nei due testi “Giacinti per il tuo spirito” e “Tulipano rosso”. Santo Calì compose numerose poesie dialettali. Aveva iniziato nel 1947, con l’opera “Mungibeddu”, che pur ricevendo vivi apprezzamenti e meritandosi numerosi premi, presentava ancora un vocabolario ricco di italianismi, si era poi concesso una pausa di molti anni, perché troppo impegnato in mille altre attività, ed aveva ripreso pochi anni prima di morire con un’abbondante produzione di elevata maturità linguistica e artistica. Le sue poesie, infatti, un dialetto che è assurto a vera e propria lingua. Questa conquista fu il risultato di un lungo lavoro di ricerca di canti popolari, leggende, frasi, termini della gente più umile dell’Etna, e il frutto di un’approfondita ricerca storica sul ‘700 siciliano, in particolare sull’opera di Domenico Tempio e sugli archivi della famiglia Privitera. Alcune delle sue poesie sono d’amore, la maggior parte invece esprime una forte tensione politica e sociale, dalla quale traspare il dolore per le condizioni di sfruttamento cui erano soggetti i contadini. Nel libro “Leggendario dell’Etna” furono raccolte invece otto leggende, apprese dal poeta dalla voce dei contadini e dei pastori che abitavano sulle pendici del vulcano e riscrisse utilizzando un linguaggio dove coesistono il registro letterario e il registro popolare, creando un mirabile gioco linguistico, in base al quale si alternano i toni idilliaci delle descrizioni dei paesaggi etnei ai toni popolari del colorito lessico linguaglossese. Ha insegnato al liceo ginnasio Michele Amari di Giarre. Molte delle sue composizioni poetiche furono pubblicate postume nella raccolta La notti longa (1972).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mara Sgamirria (1967) (traduzione dialettale di poeti dell’Antologia palatina)
  • Epigrammi di Marziali (traduciuti cu la cuscienza du lupu)
  • Fimmina (1968) (rifacimento della sesta satira di Giovenale)
  • Liber capitulorum (1964)
  • Folklore etneo (1959)
  • Le strade aspettano un nome (1959)
  • La pazienza dei contadini (1959)
  • Il mio paese (1959)
  • Il sindaco dei contadini (1961)
  • Cento lire al giorno per morire di fame (1962)
  • Custodie francescane-cappuccine in Sicilia (1967)
  • Frate Feliciano da Messina, il Raffaello dei Cappuccini (1968)
  • I quattro conventi cappuccini di Catania (1968) – Premio del Ministero della Pubblica Istruzione
  • Il soggiorno isolano di Milluzzo (1967)
  • Latitudini d’arte (1969)
  • Saraceni di Sicilia (1971)
  • Frati Gilormu (1966)
  • E un diavulu arreri a ogni zappinu (1966)
  • Canti siciliani (1966 e 1967)
  • Josephine (1969)

Pubblicati postumi[modifica | modifica wikitesto]

  • La notti longa (1972)
  • Yossiph Shyryn (1980)
  • I diavoli del Gebel – Leggendario dell’Etna
  • Leggendario dell’Etna (2000)
  • Clerys – Carnet di viaggiu (2003)
  • Viggilia franciscana (a cura di Rosario Castelli,Valverde 2012, Edizioni Le farfalle – ISBN 978-88-98039-04-3)

HANNO DETTO DI LUI

LO SCHERZO DI PERLONE ZIPOLI NELLA SCAPI­GLIATURA FIORENTINA DEL SEICENTO, Edizioni Came­ne, Catania, 1954.
– Di Disegno ampio e sicuro è il saggio di Santo Cali su Perlone Zipoli… Il Cali, esperto di enigmistica, illustra non poche trovate del Lippi. Gino Raya in LA   SICILIA di Catania del 3.6.54.
– Santo Cali dimostra insospettate doti di enigmista, oltre a quella già nota di letterato, in un singolare studio su Lorenzo Lìppi. Corsan  in  CORRIERE  DI   SICILIA  di  Catania  del  3.6.54.
– La disamina del Cali ha i pregevoli connotati di una nuo­va e genuina interpretazione del Malmantile. – L’avere egli in­nalzato a categoria di giudizio l’imitazione parodistica nel Lippi, è il punto più originale della sua acuta analisi. Per le sue profonde doti di enigmista il Cali, accostandosi al Maimantile, si è reso interprete di quelle nozze verbali, per dirla col Marzot, che arricchiscono l’opera, e delle diverse ten­denze del Lippi, difficilmente, in altro modo individuabili. Salvatore Perniisi in LA VOCE DEMOCRATICA di Giarre dell’I 1-7-54.
– Che fra i cultori dell’enigmistica ci fosse Lorenzo Lippi è notizia giuntaci del tutto o quasi insospettata. Il Mal­mantile riacquistato era per noi poco più o meno di una paro­distica imitazione a rovescio della Gerusalemme tassiana. Sco­prirvi invece un autentico zibaldone di capricci, di enigmi, d’a­nagrammi e trovate di ogni conio, fu sorpresa che dob­biamo al bel lavoro del Cali.
L’autore ha anche il merito, d’aver tolto, crediamo per primo, dall’anonimo dell’anagramma buona parte degli eroi lippeschi, e indaga brevemente ma acutamente. L’ECO DEL PARNASO di Napoli del Gennaio 1955.
– Verso il suo autore il Cali è di una serenità e di una pre­cisione interpretative quali non riscontriamo in nessuno dei pochi che si erano volti allo studio del Lippi…
L’opera del Cali, che è senza dubbio uno dei più acuti stu­di fin qui apparsi sul poema del Lippi, è opera soprattutto let­teraria, ma di grande interesse per l’enigmologia. Europe Cacciari in LO  ZAFFIRO di Milano  del  15-2-1955.
– Da molti anni il Malmantile del Lippi era un po’ trascura­to dopo di che vi si erano affaticati gli studiosi della poesia eroicomica e i ricercatori di toscanerie linguistiche.
Ora ci si è messo d’attorno uno che del Lippi possiede una delle doti più caratteristiche, ossia un enigmista, il nostro Santo Cali. Il quale ha ben compreso il valore e i limiti del poema: uno scherzo, cioè uno scherzo messo insieme da una persona intelligente, per contrapporlo alla celebre Gerusalemme e per far divertire gli amici della scapigliatura fiorentina. Ana­grammi a profusione, doppi sensi, bisticci, metafore. Il Cali ci sguazza dentro e conclude affermando che se non è opera di grande poesia, il Malmantile è un documento di vita: infatti c’è una folla di personaggi coi segni del tempo e del luogo in cui vissero.
Bel libro: opera di uno studioso che non ha vergogna di confessarsi enigmista. Congratulazioni: specialmente se ripenso al famoso imbecille siciliano che chiamò il sottoscritto « e-nigmista » credendo di recargli ingiuria. Dino Provenzal in FIAMMA PERENNE di Pisa del Marzo 1955.
– Piacevole ed interessante saggio sulla scapigliatura fioren­tina del seicento.
Il colto autore siciliano con una dedizione più unica che rara ama esplorare i meandri della storia e della letteratura per trovare e riannodare i fili dorati di un disegno perduto, il disegno dei bisensi e degli anagrammi. L’ILLUSTRAZIONE   ITALIANA di Milano del Gennaio 1955.

LINGUAGLOSSA E LA SUA PINETA, Edizione Camene, Catania, 1956. 
« I pini che svettano nell’azzurra serenità cantano l’anelito al cielo oltre i limiti della nostra breve giornata ». Così Santo •Cali in « Linguaglossa e la sua Pineta ».
Oltre i limiti della nostra breve giornata. E’ la sensazione che resta impressa dell’animo di chi, attentamente leggendole, ha fatte sue queste pagine. Ed è, forse, l’unica possibile aper­tura di un ampio commento.
E’ difficile davvero sintetizzare in poche righe questa affa­scinante pubblicazione la quale affronta il tema della propa­ganda turistica con schemi e concetti decisamente nuovi ed ori-ginalissimi ; europei.
La mente e il cuore e la profonda preparazione di Santo Cali hanno voluto e saputo dare un volto alla montagna, (an­zi, alla Montagna). Ed in un fantasmagorico avvicendarsi di precise nello stesso tempo poetiche descrizioni, in un sa-pientissimo giucco di suggestivi colori, l’Etna appare vivo e seducente a quanti bramano « bevere » l’ardore del « mitico sud ». Giuseppe Corradi in PRESENZA CRISTIANA di Catania, 16-6-56.

LE STRADE ASPETTANO UN NOME, Edizioni Camene, Catania, 1959. 
La riforma sistematica della toponomastica linguaglossese risponde nei suoi principi talmente a uno spirito e a un indi­rizzo di sana e moderna cultura, che il libro diventa, nello stesso tempo, una storia di Linguaglossa…
Il risultato è un libro vivo e moderno di storia locale* ricchissimo di dati, di notizie, di memorie legate dal filo dei nomi: dove una prospettiva di luoghi si sovrappone e si intrec­cia a quella temporale e si tenta, per così dire, una gerarchla dei ricordi, cercando di conservare e salvare il momento poetico, ormai cristallizzato, del toponoma popolare, e di dare in­sieme una struttura colta e pianificata, che possa servire anche di insegnamento, e realizzare concretamente l’utopia di una città coordinata, dove tutto, la natura e il lavoro, e le varie classi, le diverse attività, e la storia locale e quella nazionale in rapporto reciproco, e il passato e il futuro, siano organicamente rappre­sentati nei nomi ». Carlo Levi, dalla Prefazione a Le strade aspettano un nome.

.: la notti longa :.

 

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