Antigruppo siciliano

frammenti di storia, avanguardia e impegno

L’ipotesi di lettura e di ricostruzione storica della vita dell’Antigruppo siciliano è stata fatta selezionando fra  le pubblicazioni curate dagli autori del movimento. Precisamente, i testi riprodotti sono stati tratti dalla rivista Impegno70 e Impegno80, dalle antologie Un Tulipano rosso, Antigruppo73, Antigruppo 1975 e dagli Atti – tre su quattro (gli atti di quest’ultimo non sono mai stati pubblicati dal Comune di Mazara del Vallo) dei convegni <<Incontri fra i popoli del Mediterraneo>> che si tenevano a Mazara del Vallo.

La scelta dei materiali, per la ricostruzione unitaria del movimento di avanguardia e impegno, ha tenuto conto della tendenziosità antagonistica dell’Antigruppo. La ricostruzione,  pur all’interno del quadro movimentato e pluralistico d’insieme del movimento stesso, che ha portato alla sua stessa divisione interna, ha messo in luce anche il fatto che il movimento non era un fatto circoscritto e isolato. I contatti con altre realtà meridionali e non meridionali italiane, e il suo rapportarsi a persone e canali extranazionali, dimostrano infatti quanto fosse vivo e allargato il movimento poetico siciliano; quanto fosse collocato in quel particolare clima storico e culturale d’epoca, e quanto la sua tendenziosità antagonistica ancora oggi non abbia perso vigore, anzi.

La sua corrispondenza con il momento storico  di appartenenza non sarebbe stata infatti motivo sufficiente per poterne parlare ancora, se non fosse che le sue spinte poetiche pluraliste e antagoniste ancora oggi trovano consistenza e necessità d’essere; è la necessità dettata dall’involuzione neoliberista, mercificante e autoritaria del mondo borghese, che s’è consolidata emarginando qualsiasi forma d’opposizione comunicativa – da quella mass-mediale a quella letteraria, poetica, artistica e scientifico-storica.

Il saggio introduttivo di Antonino Contiliano, che ha curato la scelta dei testi per la parte tematico-poetica di fondo, è la testimonianza di un intervento di ricostruzione “critica” e anche di una volontà e d’amore, politicamente connotati, che desiderano rendere “giustizia” a un movimento poetico – l’Antigruppo siciliano – di cui più nessuno sembra ricordarsi; ma è soprattutto la volontà, l’amore e la “resistenza” (affermazione e produzione conflittuale “comunista”)  di non voler deprivare il Sud e il Meridione d’Italia della poesia di quei suoi poeti che non furono alieni, pur nelle contraddizioni, dal clima della “contestazione” del ’68 e degli anni successivi; è voler ricordare che il Sud non è tutta una vandea conservatrice e reazionaria tipica della crudeltà macellaia e dell’imbecillità mass-mediatica dell’era post-moderna berlusconiana e neoliberista globale. Che altri decida che la poesia si faccia a Bologna o a Milano non può negare l’esistenza dei nostri poeti sud-ati e della loro poesia più che viva.

La successione dei materiali scelti e ripubblicati segue l’ordine – per sezione – indicato nell’INDICE.

Questo lavoro è dedicato

alla memoria di

Santo Calì e Rolando Certa,

due dei fondatori dell’Antigruppo siciliano

Indice

Avvertenza                                                                                                                            p. 3

Introduzione

di Antonino Contiliano                                                                                                            p. 7

Sezione I : Decennio 70

I testi di questa sezione sono tratti da:

La rivista Impegno70                                                                                                            p.  40

Un Tulipano rosso                                                                                                                p.123

Antigruppo 1975                                                                                                                  p. 146

Incontri con i popoli del Mediterraneo                                                                                 p.  162

(Mazara del Vallo, 8-10 ottobre 1977),                                                                              

Anno I:  Poeti Greci, Atti del Convegno,

a cura di Rolando Certa.                                                                                                

                                                                                                                       

Sezione II : Decennio 80

I testi di questa sezione sono tratti da:

La rivista Impegno80                                                                                                            p. 177

Incontri fra i  popoli del Mediterraneo                                                                                p. 223

 (Mazara del Vallo, 19-23 Aprile 1982),                 

anno II:  Poeti per la pace, Atti del Convegno,

a cura di Rolando Certa.                                                                                                                          

Incontri fra i popoli del Mediterraneo                                                                                 p. 253

(Mazara del Vallo, 26-30 aprile 1984),                 

anno III: La cultura per la pace nel Mediterraneo,

Atti del convegno, a cura di Rolando Certa.                       

.

Sezione III: Antigruppo73

I testi di questa sezione sono tratti dall’antologia  Antigruppo73, Voll. I, II e dalla rivista

<< Impegno70>>, III, 1973, 8/11,  pp. 76-78 e 79.:

  1. a) Vincenzo di Maria, Introduzione:

“HABEMUS VIRGAM…”                                                                      p. 266                                                          

  1. b) Santo Calì, “Caro Lawrence Ferlinghetti”                                                                    273
  2. c) Santo Calì, Caro Roberto Roversi 277

d)Santo Calì “Credimi Zav.”                                                                                              p. 283

  1. e) Luciano Cherchi, “Miracolo” in Sicilia (recensione per “Antigruppo73”) 288

Emilio Piccolo:                                                                                                     

1 nota sui testi scelti da Antigruppo 73;                                                                         p. 290 

                              

2 – testi poetici scelti da Antigruppo73.                                                                            p. 292                             

Introduzione

Non ti scordar di me che fui e sono l’Antigruppo siciliano

di Antonino Contiliano

in ti scordar di me che fui e sono l’Antigruppo siciliano

 

 

 

 

 

 

 

Se un uomo non si contraddice mai è certamente perché non dice mai nulla di nuovo.

  1. De Unamuno

L’operazione capitalistica di riduzione del tempo della vita a tempo di misura

del lavoro astratto diviene un’operazione assolutamente antago­nistica.

(A.Negri, Macchina tempo )

 

La sog­gettività non è avanti ma dopo kairòs. La soggettività, qualo­ra la

si costruisca, non è identificabile che sulla via che con­duce dal «qui»

al campo materialistico, ed è su questo cam­mino che essa è prodotta.

Non può dunque essere il richia­mo alla soggettività che permette di indicare

la produzione di senso riflessivo nel campo materialistico.

 (A.Negri, Kairòs, Alma Venus, Multitudo)

LAntigruppo siciliano

Scrivere sull’ANTI-gruppo siciliano selezionando materiali estrapolati dagli scritti pubblicati – riviste, antologie e atti di convegni – ha lo scopo, contrariamente a quanto se n’è detto in giro e scritto, di mettere in luce una linea unitaria di tendenza. È la tendenza – dialettica di contenuti e forme, antagonismo, resistenza, nuovo umanesimo e nuovo realismo, uscita dalle secche della poetica ermetico-simbolica, ecc. – cui non sono mancate anche risonanze con altre geografie della poesia italiana; e ciò sebbene non fossero stati registrati contatti di vero e approfondito dibattito con quanto altrove respirava la stessa “aria” tendenziosa. L’Antigruppo siciliano non viveva in un’atmosfera rarefatta e di isolamento culturale, e i suoi poeti non erano meno interessati che altrove al destino della poesia per contrastarne la ventata riduzionistica di liricismo estenuante del sentimentale ed emozionale e/o per opporsi all’altro rischio dell’estetizzazione spettacolarizzante vs la “politicizzazione” dell’estetico-poetico.

Se la parola  della poesia, in quanto e comunque lexis , è sempre legata alla praxis della “polis” o della comunità che organizza la moltitudine dei singoli, che si scambiano discorsi/opinioni, azioni e altri ‘semi’ in interazione continua, e che solo in quel luogo pubblico acquista valore comunicativo e di coinvolgimento, il rischio della sua teatralizzazione non è affatto un’onda fantasma. Non c’è fatto “estetico” che non sia pubblico e fatto “pubblico” che non sia estetico e sollecitazione dell’apparato percettivo-culturale e politico dei soggetti in causa. Il problema di fondo allora rimane (ancora oggi) come relazionare i due poli sfuggendo alle forzature ideologistiche, e salvaguardando comunque una presenza estetico-poetico dell’ideologia stessa.

L’area culturale di riferimento che accomunava i poeti delle diverse regioni italiane, sebbene storia e differenze non vanno dimenticate, è quella dello sperimentalismo  e dell’underground delle diverse latitudini geografiche: è quella che attraverso successive ondate, via Meridione, i vari Sud  e secondo alcune spie culturali dichiarate, arriva fino all’engagement degli anni Ottanta. L’impegno che rimane ancorato alla storia materiale e alla ricerca di soluzioni non più definitive ma aperte e dialettico-problematiche, conflittuali e antagoniste per colpire l’obiettivo delle scelte aideologiche e controalternative del postmodernismo galleggiante. Ed è su questo versante che una lettura ravvicinata dei testi e dei documenti, salve le differenze, può mettere in luce la comunanza di fondo, le linee della comune posizione contro le direttive di marcia totalizzanti e omogeneizzanti dei sistemi dominanti: il sistema di marca borghese e liberal-liberista dell’economia di mercato e quello dell’economia pianificata del “socialismo realizzato”; entrambi uniti da una stessa e identica volontà “amministrativa” applicabile alle società di rispettivo dominio e controllo. Una “alleanza”, sottointesa o esplicita della duplice intesa dei blocchi contrapposti, che anticipa quasi l’era del “pensiero unico” dei nostri giorni. L’apparato dell’appiattimento del ‘pubblico’ sullo spazio liscio dell’omologazione e dell’uniformità più sfacciata e assoluta che i mediatori funzionali coniugano con la pubblicità di la “fine della storia” e di fine del conflitto di classe, cui fa riscontro, sul piano estetico, una diffusa spettacolarizzazione massificante e alienante. Uno spazio “liscio” dove naturalmente la poesia dell’impegno, comunque controcorrente, dell’Antigruppo siciliano non si trovava e non si riconosceva.

Il poeta Gianni Diecidue – tra gli anni Settanta e Ottanta –, a consuntivo della rivista “Impegno70”  e  delle scelte  iniziali della sua tendenza “anti”, così scriveva:

Noi pensiamo che va bene perciò proporre un’arte anti che sia soprattutto liberazione della poesia e dell’arte in genere da strutture corporative e da fenomeni di poteri industriali e capitalistici. In fondo per noi arte resta come impegno, non di una astratta lotta al sistema dei poteri, che crea inevitabili equi­voci e compromessi, ma di una lotta che è ancorata ad una sof­ferta ed autentica visione dell’uomo, che vediamo costretto nel congegno dei poteri. In fondo l’arte, nella quale crediamo sostan­zialmente, si diversifica da una massificazione, perché un’arte massificata perde la sua forza di penetrazione e la sua capacità rivoluzionaria di interpretare, capire la realtà sociale esistente e di promuovere modificazioni per una realtà sociale nuova i cui contenuti riflettano la dignità e la libertà umana. Si diversifica, altresì, da un’arte aristocratica, che, nella sua finalità di evasione, manifesta il suo disimpegno, riducendo la portata umana dell’arte stessa ad un giuoco vacuo di moduli musicali e arcadici; [1]

[…]

Impegno ’70 è stata e continua ad essere con Impegno ’80 questa eresia, questo controcorrentismo, come viene affermato nel programma steso dal Certa e apparso con il titolo « Per una cultura collettiva » (A. 1, n. 2-3): «Impegno ’70 » nasce nella provincia siciliana, a Mazara del Val­lo. È una iniziativa di base, collettiva, un fatto di novità. Essa vuole determinare collegamenti fra intellettuali, lavoratori, studenti. Vuole as­solvere ad una funzione preminente di libertà, quando i padroni dell’editoria e del libro e certi burocrati, che a tutti è possibile individuare, cercano di soffocare lo svolgimento del libero pensiero, di impaniare l’intellettuale che non può essere al tramonto, nella misura in cui riu­scirà a rinnovarsi operando le sue scelte, i suoi rifiuti, portando avanti il suo impegno ideologico e culturale».

[…]

Così siamo entrati nella storia interna della rivista, nel complesso, cioè, delle idee, dei fini e delle proposte culturali, che essa eredita dal­l’Antigruppo ed elabora, svolgendoli in forme più organiche e con mag­giore rigore scientifico. Primo fra tutti il motivo dell’impegno in lettera­tura inteso […] portando il suo discorso nell’ambito e nella edificazione di una nuova cultura, i cui contenuti di fondo sono quelli di ogni tempo, della politica, dell’economia, dei rapporti fra le classi, della socialità e dell’uma­nesimo», nel cui termine, aggiungo ora, devono vedersi compendiate tut­te le ansie e i sentimenti dell’uomo.

Non è difficile rilevare come la nuova cultura, la nuova letteratura, intenda collegarsi alla corrente del realismo, ma non al realismo di ma­niera e documentaristico, bensì a quello che interpreta, sente ed esprime la realtà ed il tempo presente con il magico e surreale potere della fanta­sia creativa.

[…]

In questo nuovo realismo, lo chiamiamo così per distinguerlo dal neo­realismo storico che occupo’ la scena della letteratura e dell’arte italiana nel decennio del dopoguerra, vengono salvaguardati sia quella fonte peren­ne dell’arte e della poesia che è il sentimento, sia quel personalissimo mezzo espressivo che è il linguaggio; vengono cioè salvaguardati tutti i diritti della ragione, del cuore e della fantasia, da qualunque sfera essi si partano e si muovano, da quella del « pubblico » a quella del «privato ».[2]

La tendenza inaugurata dall’Antigruppo tuttavia non era esente da contraddizioni interne tra le scelte di poetica e i testi poetici degli attori del movimento che, come ha rivelato Nicola Di Maio, uno dei poeti dello stesso Antigruppo siciliano, elaboravano la scrittura tra vecchi e nuovi stilemi lasciando, così, spazi a riserve e dubbi sull’effettiva innovazione poetico-stilistica preannunciata e insita nel nuovo realismo dell’Antigruppo. Un realismo non documentaristico che potrebbe essere chiamato, forse, anche “ermeneutico” e dentro ancora a certe scelte “monolinguistiche” e lineari miranti a coagularsi unitariamente attorno alla stessa direzione di senso, sia che la critica fosse  rivolta all’esistente sia che fosse proposta l’alternativa pur nella contraddizione dichiarata.

Una contraddizione non risolta che, sebbene enunciasse una opposizione antitradizionale ed eteronoma, tuttavia – scriveva il Di Maio (Il testo del Di Maio sulla “ verifica” fu quello che poi diede l’avvio alla scissione del movimento nei due tronconi dell’ Antigruppo siciliano e di Antigruppo Palermo prima, poi Intergruppo) –, in alcuni poeti, oscillava e rivisitava

Una sorta di neo-crepuscolarismo (con languori) o dimidiava la ‘scrittura’ e proprio làddove più esplosiva si voleva la opposizione mentre la riscoperta della ‘inutilità’ finiva per iniettare, sul versante della significazione, veleni ricattatori (e catastrofi) laddove invece, appresa la lezione degli anni Sessanta, era prevedibile il rigetto del ‘monolinguismo’ di ascendenza petrarchesca e dunque una rignerazione linguistico-formale sempre dentro, s’intende, la stessa nozione di ‘utilità’. Un neorealismo spurio, incerto, contaminato da residui postermetici e concrezioni neo-crepuscolari, al di là della consumata stagione, riaffiorava facendo così sgambetto e fagocitando stimoli del nuovo: il poeta, dentro la regressione fino al collo, improvvisamente mostrava, in una estenuazione di canto, con risvolti moralistici e velleità pedagogiche, inscritta in un paesaggio di macerie, una insospettabile canizie…Errori, fallimenti e déraillements […] che portarono (corsivo nostro) l’area palermitana (Apolloni, Terminelli), unitamente al sottoscritto, fuori dall’Antigruppo ed entro un Intergruppo massimamente critico nei riguardi della tradizione e attento a non farsi intrappolare dalle lusinghe, sempre in agguato, del ‘ritardo’.. [3]

 La tendenza dell’avanguardia, espulso il “neutralismo egemone”, tendenziosamente, doveva disporsi dunque come un engagement

al di là di ogni possibile ‘restaurazione’ stilistica e di ogni regressione smaccatamente manieristica. Bisognava cioè, sul versante dell’eteronoma reintegrazione dei significati, criticamente premunirsi contro l’avanguardia e le sue aporie e, s’intende, contro le trappole dei vecchi contenuti realistici, per un’avanguardia ideologica costitutivamente oppositiva (marxista) e capace di fare dell’eteronomia e della tendenziosità non la sua pietra d’inciampo quanto piuttosto lo spazio significativo e non equivocabile della nuova elaborazione […] dell’antiscrittura […] cioè una poesia che tende sempre più nettamente a configurarsi come antiscrittura e come diretta opposizione al Potere (e al potere della scrittura) […] con le (corsivo nostro) ‘contaminazioni’ linguistiche […], un notevole gusto ludico-parodico mimetico[4],

o le prospettive di una lingua che giocasse con innesti e ibridismi dissacranti e ironici.

Scrivere sull’Antigruppo significa rivedere, pur alla luce delle “aporie”, con più chiarezza quanto allora era stato  intuito e sperimentato quasi con l’istinto e il fiuto di un sentimento avvertito e, a volte, non completamente consapevole e coerentemente elaborato. Significa voler sottrarre il movimento siciliano all’ingiuria di quanti hanno preteso, a torto e con superficialità, ridurlo a “piazza” e “litigio” e senza “spessore”, e senza una adeguata memoria e storia; significa dunque, e soprattutto, non porlo al di fuori delle corsie poetiche di un “certo” engagement che in quegli anni si battevano altrove e contro il decadimento, la deriva dell’io e il “rifluso”.

Il tempo è miscela di tempi diversi, e il divenire è una molteplicità di divenire che si attraversano con sbocchi differenziati pur dentro una tendenza antagonista fra altre contro-antagoniste o trasformiste, conservatrici, reazionarie che scorrono nel flusso temporale e storico materiale di una civiltà data e di una cultura in fieri. Sirresi di tempi, direbbe Michel Serres. Le avvertenze e le intuizioni oppositive che agitano un presente storico e culturale non sempre, infatti, hanno simultaneamente “coerenza” immediata di adesioni, aggregazioni unanimi e sviluppi perciò estensivi e intensivi privi, a qualsiasi titolo, di resistenze: il conflitto delle posizioni non garantisce mai in anticipo gli esiti (la stratificazione storica in ognuno agisce in maniera imprevedibile e, nonostante le previsioni, il consumo progettuale messo in atto nelle scritture poetiche può pure non esserne specchio fedele).

Leggere e scrivere sull’Antigruppo siciliano, il movimento poetico che si sviluppò tra la fine degli anni ’60 e  gli anni ’80, è come rivedere allora i tizzoni delle “potenze” della storia riportarti alla luce dall’angelo di Paul Klee, l’angelo le cui ali soffiano sulle “rovine” della storia mentre la tempesta del futuro lo spinge alle spalle. È  cercare di vedere come quei tizzoni della tendenza antagonista dell’Antigruppo siciliano – le cose “ricche e strane” di Benjamin –, pur nella scissione di Antigruppo e Intergruppo Palermo,  fossero presenti, attivi e attenti nel cogliere i tempi di una crisi che non poteva più chiudere i termini della contraddizione e della pluralità esplosa in una superiore sintesi dialettica e poetica di tipo “classico”  o consueto, ma occorreva, per esempio,  – come scrivevano Guido Gugliemi, Francesco Muzzioli e Filippo Bettini negli anni Ottanta – una poesia della dialettica demistificante e di denuncia, e anche ironicamente dissacrante, antagonista; una tendenza non sconosciuta all’Antigruppo siciliano (anzi: basta scorrere il dibattito e le pubblicazioni che il gruppo curava in quegli anni). I suoi protagonisti infatti cercavano di far rispondere poetica aperta e testi corrispondenti stilisticamente plurali. L’ANTI siciliano voleva prevedere e operare (senza scindere la ricerca poetica dalla storia e dal politico-sociale nazionale e non nazionale) in modo tale che la problematicità del reale storico e materiale – entro i cui termini e limiti agiva – interagisse dialogicamente anche con la memoria della tradizione, per cui certi stilemi “residui” ascritti a componenti dell’Antigruppo come residuo negativo, che continuavano a persistere, convivevano anche con innesti di nuove forme linguistico-comunicative. L’ANTI siciliano attiva, dunque, anche, gli innesti e le innovazioni linguistico-poietiche necessari per provocare le rotture. Interagire con il presente per progettare almeno un futuro che escludesse gli errori e gli orrori che la storia aveva maturato fino ad allora; per non far morire le speranze e le utopie di quanti avevano puntato sul nuovo mondo dopo la guerra calda e fredda; per smascherare le “violenze” di potere dei vari totalitarismi, non ultimi le versioni aggiornate dei sistemi liberal-democratici degli stessi sistemi occidentali. Tra la Sicilia e il suo fuori, una cosa appariva certa: l’esistente non aveva nessun indice di gradimento. Doveva essere criticato oltre gli steccati delle ideologie dogmatiche. La poesia dell’impegno e dell’avanguardia, con la sua particolare forma di scrittura densa e incisiva, non poteva rimanere con il sasso in bocca. La parola poetica così si faceva strada con le varie forme “decostruzioniste” che la storia della letteratura e della logica retorica poetica metteva a disposizione, e sperimentando anche “misture” ad hoc.

E il modulo dell’ironia, sia nel suo aspetto solito di satira, sarcasmo, riso, ecc. e sia di interrogazione e riflessione, non era sconosciuto e disabilitato presso i siciliani dell’Antigruppo. La critica dell’esistente e l’ironia, esercitate anche attraverso nuove forme – sperimentali o semi-sperimentali, discorsivo-dialoganti, comunicativo popolareggianti, ecc. –, intrise o meno di elegia e crepuscolarità, erano patrimonio comune; come comune era l’individuazione dei limiti  della mercificazione di massa, dell’impoverimento del linguaggio e, con questi, il bisogno di prendere contromisure adatte.

Erano le contromisure di una poesia oppositiva, non disdegnante l’azione espressionisticamente dirompente del gesto, ma dialogante criticamente. Oppositiva sia contro l’appiattimento del tempo-misura del capitalismo totalizzante, dell’ideologia estetizzante e de-realizzante del consumo sia contro l’abbassamento preoccupante della capacità di fare analisi aggiornate e controcorrente. Dialogante criticamente – e fino al rifiuto dello sperimentalismo formale – con altre forme poetico-espressive che, secondo un certo punto di vista, non erano “utili” alla piena consapevolezza dell’opposizione pratica contro il regime dell’omologazione fascistizzante e gli altri limiti posti in atto dal sistema in vigore.

I limiti dell’esistente si accompagnavano, infatti, anche all’ideologismo del benessere e del buon senso comune e, dopo la ventata del ’68, si intrecciavano pure con l’infittirsi del neocolonialismo industriale e finanziario delle società a sviluppo capitalistico avanzato e l’eversione di destra; il terrorismo, i golpes di stato e la restaurazione sociale e la stabilizzazione dello “Stato nucleare” (Antonino Negri). Quello Stato che, fino alla caduta del “muro” di Berlino, pubblicizzava il terrorismo della guerra atomica dei blocchi contrapposti e l’esportazione – faccia tragi-comico in scena – del “mercato” come unica salvezza fino alla globalizzazione del “pensiero unico” di oggi. Pubblica faccia grottesca, questa, però!; perché se c’è un faccia autentica che la filosofia del mercato classista ha mostrato è quella dell’oppressione, dello sfruttamento, della mistificazione e della morte! Mai la vita, l’uguaglianza, la libertà, che non fossero la pace della vittoria dei dominatori, e quindi della guerra e di altre guerre (non credo sia necessario ricorrere alle cifre degli armamenti e delle guerre scatenate, direttamente o indirettamente, dal blocco capitalistico e dall’emulo del blocco del “socialismo realizzato”), sono state messe così sotto tiro e minacciate. Sotto tiro sono stati messi anche i nuovi movimenti (poi criminalizzati) oppositivi – il pacifismo nella forma della convivenza plurale e della lotta alle ingiustizie sociali planetarie  e l’ecologismo con la visione della terra come nuovo “soggetto di diritto” – che poi l’arte, la poesia e la letteratura, non senza la coscienza ironica dei propri limiti, riflettevano nelle forme del rilancio dell’antagonismo e della contraddizione plurale oltre le chiusure delle sintesi totalizzanti o l’acquiescenza passiva al “quotidiano” dato in pasto dai poteri ufficiali e dai loro mediatori:

[…] Ma, andando al di là delle figure negative della dialettica, bisognerà oramai pensare a un’altra dialettica, non classica e non sistematica, a una dia­lettica aporetica o paradossale. Allora cambierà la struttura del problema. Non sarà più possibile leggere la storia come un piano di salvazione. La storia non avrà più figure ultime. I di­versi piani dell’esperienza continueranno a modificarsi reci­procamente, ma i loro rapporti resteranno indecisi, non prefi­gurabili, aleatori (la verità sarà oggetto di sospetto). La plu­ralità sarà la pluralità dell’evento, dell’incalcolabile, dell’im­previsto, non una pluralità promessa all’unità. E il rifiutarsi della poesia alle immagini conchiuse di mondo –  il suo insi­stere ai margini dei sistemi comunicativi – sarà un modo di rivendicare il negativo, l’ambiguo, l’assenza di finalità. Poiché nessun ordine la richiede, la poesia sarà l’ironia della cultura. Essa farà valere il possibile contro il necessario. Non annunce­rà più nessuna totalità, ma proprio il tramonto di ogni totali­tà. E anziché essere depositaria di valori ideali (di cui perman­ga dubbia la realizzazione), al mercato porterà il paradosso di un valore antieconomico.[5]

[…] La contraddizione come termine chiave di una linea letteraria alternativa. Ma sia chiaro cosa si intende: non la contraddizione dello scetticismo che attacca le regole del ragionare per un puro vantaggio strategico, istrionica­mente pavoneggiandosi nel «diritto di contraddirsi», o pa­teticamente esibendosi nello «scandalo del contraddirsi». Non la contraddizione facile che costituisce una semplifi­cazione, una scorciatoia alla complessità dei problemi; e che se assunta a modello farebbe tornare indietro la lette­ratura verso una ritualità vecchia e stantia, dove il testo prestandosi a far da sostenuto portavoce del trucco ideo­logico della disincantata astensione, salterebbe a piè pari proprio la contraddizione di fondo della sua «perdita d’au­reola» in epoca moderna.

Il contraddire non può essere accolto nel senso rifles­sivo (verso l’interno) senza essere applicato anche nel sen­so attivo (verso l’esterno): «dire contro»; quindi in tutta la carica oppositiva e la spinta polemica. Ma contro chi? Contro l’esistente; contro ciò che è dato per scontato, l’in­tangibile, il sacro; contro la storia camuffata di natura. Il che però non significa prefigurare già una soluzione av­venire: piuttosto si tratta di scorgere lo spuntare iniziale del nuovo e di salvare dal passato le istanze sconfitte che non hanno ricevuto adempimento. Lavoro sotterraneo (e contraddizione come talpa, allora?), tra le rovine delle ri­mozioni collettive. E lavoro di critica dello stesso linguag­gio letterario, in quanto sublimazione e falso restauro dei guasti subiti dalla vita, e con ciò apologia e scarico di co­scienza. Ma proprio quando si impedisce alla letterarietà di abbellire la vita così come la pubblicità fa splendere le sue merci, scatta la contraddizione più profonda e rigo­rosa, nel riconoscere ineluttabilmente l’essere pur sempre letterario del testo. L’unica prospettiva giusta essendo la consapevolezza di un doppio sguardo, nel contempo den­tro e fuori l’istituzione. E l’utopia dovrà specchiarsi, in­sieme, nell’antiutopia.[6]

[…] Non c’è dubbio che, quando si anela a contestare l’an­tropocentrismo, abbandonando se stessi e la propria scrit­tura alla lamentazione vittimistica, epperò privilegiata, delle ferite dell’uomo e del poeta, alla manomissione fattizia di gioie e dolori e fantasie innocenti dell’intimo privato, re­stando dentro la gabbia protettiva e dell’uomo e del poeta (demiurgo, rapsodo, viandante o vittima sacrificale ch’es­ser voglia), ci si macchia, allora, per inversione di segno, di un reato antropocentrico ben più grave di quello da cui, a dritto o a torto, si aspira, invano, a sortire. Non c’è dubbio che, laddove si propugni la abrogazione dell’i­deologia e del pensiero, per sperdersi nell’illusione regres­siva di una condizione aurorale della vita, di un magma indistinto di affetti e pulsioni senza scopo, di cui sola leg­ge è gratuità di parola poetica, e veto, per antonomasia, radicalità di scelta e di progetto, non ci si affranca, inve­ro, né dal pensiero né dall’ideologia, ma ci si fa «vastasi», lo si voglia o meno, di un’ideologia strisciante che ha i colori del grigio, lo spessore del nulla, il volto della rinun­cia: l’ideologia trionfante del «senso comune» e della resa al presente. È, ancora, evidente che, a forza di perseguire il riscatto dalla servitù all’impero dei «contenuti» e delle «forme», senza attraversarne lo scabro terreno di lotta e contesa ma eludendone morbidamente l’urto in pro della magica epifania di un «senso dell’Essere» – destinato, come per incanto, a farsi Verbo e Scrittura –, bene non si at­tinge, in tal caso, neppure alla condizione di liberti ma si è condannati ad essere due volte schiavi della sovranità illimitata degli uni e delle altre: «formalisti» decorativi e calligrafici per penuria di logos e chiusura alla storia, «con­tenutisti» allo stremo per inerzia di lingua e staticità del segno. E il tutto, a duplicarne dose ed effetti, si avvera nei modi impotenti di una dissociazione simultanea che ha se­de e paradigma nel fallimento di una rimozione impossibi­le e nella dissimulazione di una dialettica irrisolta.[7]

Una presa di posizione dunque che coniugava critiche, rifiuti e aperture nello spirito di una ironia ideologica e ideoligizzante problematica che investiva sia il culturale-politico sia il mondo della poesia e dell’arte in cammino per uscire dalle secche della restaurazione o dall’ideologia strisciante dell’adeguamento impotente al presente e alle forze di potere dominanti.

L’ironia, dunque, più o meno marcata, come la consapevolezza di un modo aperto di vedere l’utopia e il pluralismo oltre gli schematismi rigidi del razionalismo burocratico di “partito”, la percezione delle contraddizioni e delle aporie, le scelte ideologiche e il pensiero logico-discorsivo, ipotetico,  non mancavano neanche presso l’Antigruppo siciliano. Il confronto dei testi su citati, come quelli di Di Maio, Diecidue, Certa, Scammacca e altri dell’Antigruppo, basterebbe a confermare questa ipotesi di fondo. In molti testi dell’Antigruppo siciliano, infatti, variamente posti, si testualizzavano lessico e scelte stilistiche e retoriche, forme e contenuti. Alla quasi discorsività dialogica e basso-popolare della poesia di alcuni intorno ai temi dell’emigrazione, dell’arretratezza del Sud, dei problemi dell’industrialismo e del sottosviluppo, della pace contro la guerra e della vita (amore, amori, sogni, desideri, viaggio, ecc) contro la morte ecc., convivevano forme testuali più dirompenti e  underground. Un underground – come scriveva Santo Calì prefando i due volumi di “Antigruppo73” –  che tra ironia e radicamento nella terra siciliana non poteva certamente rispecchiare quello della beat generation americana sebbene ne condividesse la diffusa e ribelle contestazione di quegli anni nei confronti degli assetti istituzionali della cultura e della politica.

Un’attenta lettura dei testi testimonierebbe di queste spie ironizzanti e/o d’impegno e progettualità alternativa diffuse. La presenza indubitabile potrebbe essere colta nei testi di vari autori. Citiamo solo qualche esempio, e indicativo dell’atmosfera generale che coinvolgeva tutti i componenti dell’Antigruppo, insieme agli altri soggetti non siciliani/italiani con cui questi entravano in contatto, riportando (in questa sede) solo i titoli di alcuni testi poetici: Giuseppe Cirino, alias Yossiph Shyryn, di Santo Calì (Antigruppo73, Coop.Operatori Grafici Giuseppe Di Maria Editore, Catania 1973); Quando verrà una generazione nuova di Gianni Decidue (Le Antinomie, Edizioni Mazzotta, Castelvetrano 1981); Se tu ed io ed altri ancora di Rolando Certa (Se tu ed io ed altri ancora, ed. Impegno 80, Mazara del Vallo1982) ; Topi Topi di Nat Scammacca (Ericepeo III, Coop. Editrice Antigruppo Siciliano- Il Vertice/Libri Editrice, Palermo 1990), ecc.

Giuliano Manacorda, per es., parlando della poesia dello stesso Rolando Certa – come di un “ultimo neorealista” –, ne indicava anche i tratti ironici (la politica della sinistra che in Sicilia non si batteva più per la realizzazione dei principi dello Statuto dell’autonomia siciliana; la Sicilia come un paese “bengodi” mentre mafia e sfruttamento scorrevano a fiume senza argini). Rapporto da un città sul mare (cfr.Rolando Certa, Sicilia pecora sgozzata.) è, infatti, in tal senso uno dei testi più eloquenti del poeta Certa. Qui, infatti, per contrasto ironico tra una vita di “bengodi” e i quartieri dei poveri angariati dalla delinquenza e dalla mafia, c’è una “sinistra” sinistra che si gioca il riscatto, addirittura, per un “sottogoverno”, e una “Regione Siciliana” che ha appeso al muro, parafrasando Quasimodo, gli articoli “rivoluzionari” della Costituzione del suo Statuto Speciale.

Ma c’è anche un certa autoironia in Rolando Certa; certamente non è una sua costante e una sua peculiarità, ma c’è. E, a nostro avviso, è nella figura del poeta “aedo”  e “giullare” (cfr.Rolando Certa, Il giullare del popolo, in Sicilia pecora sgozzata.). L’aedo è infatti il poeta che girando per le piazze della Grecia=Sicilia, i vari Sud del mondo e le piazze dei convegni, vede e oralmente o testualmente racconta i tempi poetando la gioia o gli “ammonimenti” o  il dolore o la progettualità del “nuovo umanesimo”. E questo aedo naturalmente non può essere più quello di una volta, bensì quello che oggi potrebbe essere la voce del contemporaneo “cantautore-cantastorie”: quello che,  nel contesto della modernità contemporanea, carico – come nel caso del poeta Rolando Certa – del tipo del nuovo umanesimo della “fratellanza universale” e vestito dei panni d’epoca, andava poetando presso le nuove  “agorà” della modernità, le piazze del popolo e della città attrezzate con gli impianti della stereofonia o la radio e la filodiffusione. Il nuovo umanesimo  che ora vede possibile l’alleanza aperta e plurale dei lavoratori, degli studenti, degli intellettuali e dei cittadini tutti senza esclusioni di classe e per un essere-con veramente democratico e libero. E per questo il Certa non disdegna, forse, di indicare il poeta e se stesso poeta come un giullare, anzi come il “giullare del popolo”. L’aedo così è anche il giullare dei tempi moderni della lotta di classe del popolo sfruttato e sottomesso che non bisogna lasciare alla malinconia definitiva della perdita e della “caduta” senza possibilità di riscatto e rigenerazione. E cosa può fare infatti un poeta – come aedi dell’antica Grecia – se non cogliere i sentimenti e le reazioni della gente, restituirli con la parola e i suoni, i ritmi e le immagini della poesia e della sua parola/segno ricca di ambiguità, allusività, polisemia fino all’impegno, e rischiando così, pure, di farsi chiamare “giullare del popolo”?

Il discorso ci porterebbe oltre il senso di questo “non ti scordar di me, fui e son l’Anti-gruppo”, ma non è inopportuno qualche cenno.  Il discorso del poeta “giullare del popolo” ci porterebbe infatti al livello dell’intertestualità storica comparativa e ivi dell’essere dei poeti e dei letterati, come ieri gli aedi e i buffoni di corte poi, nei contesti sociali in cui convivono  strutture arretrate e di progresso; e la Sicilia di allora/ora, come altre zone dell’Europa, non sfuggiva di certo a questo circuito. Sarebbe il discorso della “malinconia” degli uomini, singoli o soggetti collettivi, i quali vivono in un ordine che deve mantenere lontano da sé il peso della noia e della melanconia, appunto, di coloro che non possono salire sul treno della storia perché vietato, impedito; e non perché loro impossibile. Per  questo un tempo c’era il buffone di corte e il giullare, e però i loro referenti non erano né le masse né le classi in lotta. Erano i sovrani cui non era consentito, invece, di scendere dal treno della storia che dirigevano a scapito del popolo che governavano.  Il compito del giullare era, infatti, quello di scacciare[8] la malinconia dalla testa del sovrano (l’unico ad averne il privilegio) che si rendeva conto che l’infelicità del popolo era il prezzo del suo potere e dei privilegi della sua corte. Il giullare dunque doveva distoglierlo dal pensiero deviante: la malinconia costituiva infatti un attacco all’ordine costituito. Poi la malinconia passò dalla testa del re alle masse, al popolo che rifiutava le angherie e le ingiustizie di un ordine prepotente quanto arbitrario e frutto di un rapporto di forza che sacrificava solo i non abbienti. Allora il posto di giullare – rovesciando il rapporto  – si può pensare che potesse essere occupato dai poeti solitari e chiusi nella loro utopia felice e, perché no, anche dai poeti del “gruppo” anti-gruppo che, di tanto in tanto, credendosi coscienza e prassi culturale avanzata, lasciando il laboratorio del tavolino, andavano ad allietare le piazze con i recitals ricordando agli emarginati e ai soggetti oppressi che era possibile cambiare il mondo, se azioni, parole e gesti dei più fossero stati  in grado di scollarsi di dosso la rassegnazione e il rifugio nella malinconia senza via d’uscita. O, forse, distraendo momentaneamente la gente dal peso di un ordine che non sarebbe mai cambiato?, elegiacamente (?) scrivevano che alla malinconia del reale non poteva mancare la nostalgia del futuro, o come diceva Ernest Bloch la progettualità del non-essere-ancora; il futuro che non è completamente assoggettato alle leggi deterministiche di nessuna scienza e nessun dominio – perché l’immaginario e i sogni nonostante le “rovine” continuano a lievitare la storia – non poteva essere deprivato delle posizioni dell’utopia critica. Progetto e tentativi, sebbene la pervasività omologante della società industriale e post-industriale imperasse e dimostrasse di non voler mollare il comando e ricorresse sia alla “microfisica del potere” che alla militarizzazione del conflitto politico e culturale, pur di non far naufragare l’identità sistema esistente, non lasciavano cadere così i sentimenti, i valori e le utopie –  né quelli dei poeti in particolare – che sono le dimensioni extra-logiche ed extra-tecniche che attraversano ogni scrittura e sapere, ma che in quanto tali, per esempio, non sono accettati dai procedimenti e dai metodi “scientifici” che vengono applicati anche alle “scienze umane”. E ciò perché in quanto tali sfuggono all’omo-logico dell’omologazione, alla riduzione dell’identico sempre eguale, cui tende non solo l’univocità del logos formalistico, ma soprattutto il logos calcolistico della civiltà industriale e post-industriale. Il poeta dell’Antigruppo, miscelato di “sentire” e “agire” variegato, e non controllabile razionalmente e scientificamente né tanto meno burocraticamente, agisce e si attiva simultaneamente come differenza erosiva del sistema sottoponendolo a destabilizzazione. E questo stesso sistema poi, valutando la differenza e il diverso come disturbo del canale comunicativo e un’interferenza  vs l’omologazione e l’amministrazione di mercato, aggredisce così, a sua volta, anche la poetica e la poesia che non si fanno assorbire; le vanifica con stereotipie di critica giudiziaria bollandole come regno ludico innocuo o giuoco privato o sponsorizzandoli in funzione dell’industria pubblicitaria, che traffica la propria merce – sia cose che significati – di consumo presso le grandi masse ridendo dell’inutilità “sovversiva” della in-utilità della poesia stessa.

Il poeta/giullare può pure giocare e fare l’eccentrico e il folle  (e va bene), ma non si deve spingere fino alla consapevolezza delle passioni e delle azioni “devianti” mobilitando le intelligenze oltre gli steccati dei modelli dogmatici.  E forse è qui, e ancora riproponibile perché mai definitivamente attualizzato, il nuovo umanesimo di cui parlava Certa, uno dei poeti dell’Antigruppo; l’umanesimo capace di coniugare non teoricamente ma praticamente la logica dei sentimenti e della ragione di un mondo plurale utopico, possibile e libero quanto più fornito del logos critico; la critica esercitata sia politicamente che poeticamente con il “dire contro” l’esistente e il “ buon senso comune” dell’ideologia strisciante di cui parlavano Filippo Bettini e Francesco Muzzioli (Poesia italiana della contraddizione, op. cit). La sfera dei sentimenti dopo tutto non è l’irrazionalismo delle emozioni gratuite ed immediate, ma l’area di una grande passione per una qualità della vita alternativa sincera, e certamente non  priva del senso del limite e tinta del sapore di un po’ di autoironia. Anche qui la poesia di Rolando Certa, per esempio, procedeva tecnicamente, come si può vedere in tanti testi, con il tono sottomesso dell’ironia della litote – “sono come voi, uno con un po’ di cuore” – o con l’ambiguità del sintagma “giullare del popolo”, dove l’ambiguità, per inciso, giocava anche con la forma del virgolettato, che isola l’espressione e ne dinamizza, secondo noi, una possibile carica di equivocazione dinamico-estetica non disgiunta anche da una certa perizia nella systasis poetica. La perizia di chi è estraneo non è nell’universo della logica della retorica del linguaggio poetico

Ma, insieme alla lettura interpretativa, tornando a questa autoconsapevolezza ironizzante dell’Antigruppo siciliano, si riportano alcuni passi, molto eloquenti in questa direzione, della posizione dello stesso Santo Calì (Calì moriva mentre era in corso di pubblicazione il secondo volume, ma aveva lasciato lo scritto per la presentazione) che ha prefato i due monumentali volumi di Antigruppo73 sotto forma di lettere scritte a Ferlinghetti, Roversi e Zavattini:

Caro Lawrence Ferlinghetti,

Nat Scammacca mi ha detto: «Scianto Kallì, bisogna approntare un libro degli Antigruppo in Sicily, con agganci in Italy e in Usa, che faccia conoscere ai contemporanei e tramandi ai posteri, almeno per mille anni, quanto noi abbiamo operato e operiamo per lo smantella­mento delle baronie culturali – di destra e di sinistra – nell’isola!» La Sicilia – e tu lo sai, Lawrence – è la terra benedetta da Al­lah e maledetta da Gianni Agnelli. Il quale, da queste parti, rappre­senta l’equivalente del vostro Henry Ford. […] E perciò, seguendo i consigli di Nat, mi sono messo all’opera. Sicily Italy Usa.

Un itinerario quanto mai suggestivo, provocatorio, alludente, mafia and consciousness-expeding drugs, i riti di iniziazione agli alluci­nogeni concelebrati al suono dell’acid rock, il Gitywide Women’s Li­beration e il Gay Liberation Front.

L’Underground e il Movement…

Ma 1’Antigruppo siculo – credimi, Lawrence – non è niente di tutto ciò. La nostra contro-cultura, il nostro dissenso, accompagnato ora dall’entusiasmo prorompente ora da una sickness profonda e in­definibile, sconoscono punte estreme di violenza, l’omicidio e il sui­cidio, persino le forme clamorose della pubblicità. Della pubblicità all’americana, per intenderci; anche se a un recente «Palermo Pop 1971» Ignazio Apolloni e Vira Fabra insieme a Nat Scammacca si ag­giravano per i vicoli della Casbah della capitale maomettana indos­sando camicie variopinte sulle quali erano state vistosamente trascrit­te poesie di fuoco contro l’establishment. […]  Abbiamo preferito lottare contro il sistema urlando – sulle piaz­ze, nei cantieri, nelle scuole – la nostra rabbia proletaria. Abbiamo partecipato agli scioperi degli operai e degli studenti, qualcuno di noi ha già varcato, per reati di natura politica, la soglia del carcere… Altri quella del manicomio. […] Fra i matti segna pure i nomi di Ignazio Apolloni, di Pietro Ter­minelli, di Santo Calì, di Crescenzio Cane, ma il meno responsabile fra tutti è Vincenzo Di Maria. […]

Indubbiamente: dall’underground nato dall’urlo beat al movement politicizzato la strada da percorrere, almeno qui in Sicily, è ancora aspra e lunga. Ma pure bisognava in qualche modo mettersi in cammino. E ci siamo messi.

Per quanto mi riguarda ho iniziato l’avventura consegnando a Myriam la prima copia manoscritta della ballata che rievoca le gesta del padre. Anche perché io, malgrado abbia superato da tempo l’età sinodale, credo ancora nell’amore; non penso che l’uomo possa incam­minarsi sulla strada della follia se non parta da un atto d’amore. So­no convinto che persino gli sperimentalismi del Gruppo 63 e delle neoavanguardie siculo-italiane siano stati suggeriti, provocati, detta­ti proprio da un incommensurabile atto d’amore.

[…]

Perché il nostro dramma sta proprio qui: nel credere ciecamente nei valori di un logos rivelatore di intenzioni purissime che vengono poi frustrate da una realtà spietatamente «reale».

Certo. Abbiamo avuto e continuiamo ad avere i nostri momenti di ecclissi. Ma le grandi crisi preparano la rivoluzione.

Ciao Ferlinghetti, a norme di tutto 1′Antigruppo 73 e dei suoi ospiti (Cfr. la presentazione di Santo Calì, in Antigruppo 73, Vol. I).

[…]

Caro Roberto Roversi,

questo libro-non-libro zavattiniano, Antigruppo 73, vuole essere una registrazione in atto – tutt’altro che pignolescamente programmata o arbitrariamente selettiva – della nostra attività di poeti, scrittori, artisti e saggisti operanti nelle estreme propaggini del Mezzogiorno d’Italia, laddove l’espoliazione garibaldino-savoiarda delle nostre ri­serve economiche e culturali è stata più dura e rapace di quella bor­bonica.

L’attività – così almeno ci incoraggiano gli amici – è viva; a volte intemperante. Non di rado fanatica. Provocatoria sempre. E per­ciò assai spesso soggetta a scontrarsi – sia pure su fronti che compor­tino rischi minori per il nostro avversario – con le forze ottuse della più bieca e dissennata reazione. […] In Sicilia – ormai da tempi immemorabili – pensare e dire fran­camente quello che si pensa è reato. A meno che tu non intenda ri­parare nella zona franca della poesia. […] Questa – purtroppo – è la drammatica condizione in cui noi operiamo in Sicilia e voi in Italia, e gli altri altrove. Scrivi poesia di implicata furibonda denuncia e non ti denunciano. Anche perché po­liziotti e magistrati difficilmente trovano il tempo di leggere un libro di versi. Ti processano, tutt’al più, per un recital in piazza non autoriz­zato, o per l’installazione di una radio clandestina, non certo per i messaggi che quella radio avrebbe potuto trasmettere e che oggi ven­gono ugualmente diffusi con l’aiuto della carta stampata.

Sicché talora ci fai persino la figura del vigliacco!

Certo si è che l’establishment punta con decisione sull’ignoranza delle masse e sulla mercificazione di una cultura monopolizzata che perpetui l’equivoco; sino a ieri combatteva bacchettonescamente la pornografia, oggi se ne fa strumento per la devirilizzazione della gio­ventù che contesta all’insegna dell’onanismo e della droga, in cerca di una libertà sterile di una qualsiasi azione positiva. […]

Il Gruppo 63 e le neoavanguardie italiane, lo sperimentalismo e il bizantinismo del logos disalterato hanno fatto perdere la bussola a più di un sedicente nostromo, jamais al comandante in prima della nave. Leonardo Sciascia – nel processo in atto di una restaurazione delle strutture portanti della società neocapitalistica e neocolonialisti­ca – può valere anche un Armando Plebe, un barone di cattedra che si professi progressista a parole non avrebbe nulla da invidiare a un accademico d’Italia in pensione.

Il pericolo dell’integrazione non è metafisico, protende le sue vi­scide branchie dovunque ci sia ancora un cervello sano da catturare, lo tenta sino a comprometterlo, non sempre purtroppo la generosità dell’uomo libero la spunta sul suo stesso egoismo animale.

[…] Ha diritto un poeta di predicare la rivoluzione – sia pure intesa alla maniera di Danilo – e starsene poi, come un individuo qualsiasi, con le mani in mano, a godersi la tramontana estiva e lo scirocco invernale? (Mon­tale, facendosi magari scudo dell’Estetica di Don Benedetto Croce, direbbe di sì). E poi, a proposito di estetica: ammesso che la poesia – l’arte in genere – debba (così come deve) essere fruibile da vaste masse popolari, sino a che punto e con quali strumenti espressivi og­gi – dico oggi, e non domani – possiamo avvicinare il proletario di scarsa o nessuna cultura, digiuno d’incontri, spesso restio, apatico, tal­volta solo incuriosito, scuoterlo, svegliarlo dal letargo, eccitarlo, in­citarlo al resistere prima e a lottare per vincere poi? In altri termini: dobbiamo scrivere per denunciare presso i contemporanei o solo per documentare i posteri?

L’efficacia di un testo poetico da recitarsi alle folle dipende dalla sua immediata intellegibilità. Esemplare, in questo caso, la poetica e la poesia di Crescenzio Cane. Ma un recital delle tue mirabili descri­zioni in atto, in una officina, quale effetto sortirebbe fra gli operai? Forse quello di rendere più profonda la diffidenza di quegli operai verso l’élite – proprio l’élite! – degli intellettuali (Cfr. la presentazione di Santo Calì , in Antigruppo 73, Vol. II).

[…]

Credimi Zav,

Antigruppo 73 non è un libro di cultura. E am­messo – per un’assurda ipotesi – che lo sia, bisognerebbe anzitutto chiarire (ricorrendo magari ai lumi di Umberto Eco) la giusta seman­tica del termine usato e abusato, a proposito e a minchia, da milioni di uomini che presumono di essere colti solo perché hanno avuto la ventura (o disavventura) di essere andati a scuola.

Si racconta che Lenin inviasse in giro delle attiviste, praticissime dei suoi testi – non equivocare, per carità! – a convertire alla causa, per i borghi e le campagne della Russia, il proletariato femminile. Con magri risultati. Le muscolose massaie del Kasaghistan erano intente ai lavori e alle faccende domestiche, a rimestare la terra dell’orto, a spannocchiare il granturco, a spaccare la legna, ad accendere il fuoco, a cuocere la polenta, a rammendare le mutande degli uomini, non da­vano ascolto alle chiacchiere delle passionarie, se ne fregavano insom­ma del nuovo verbo.

E voi – gli fa Lenin, da quel saggio che era – perché non le avete aiutate a risciacquare i piatti?

È più colta insomma un’occhialuta professoressa di latino e gre­co che vedendo un bambino con tanto di moccio sulle labbra sudice tira avanti nauseata ed esclama che schifo! o una madre di famiglia analfabeta che si ferma amorevolmente a pulirgli il naso?…

Il nostro non è un libro di cultura, decisamente. E nemmeno – come pretenderebbe Gianni Diecidue – un’antologia (rose e gigli ammazzettati!) di scrittori e poeti che possa fare testo.

Non è un libro di testo la Possibile poetica di Nat, così irta – cre­dimi, Zav – di provocatorie contraddizioni, così perentoria nella for­mulazione dei suo ventun punti, così beffardamente epigrammatica nei suoi sconcertanti comandamenti.  […] A scuola ti costringono a parlare la lingua del padronato; l’elo­quio di Dante e del Petrarca, del Tasso e dell’Ariosto, del Leopardi e del Foscolo, soprattutto del Manzoni. La grammatica, la sintassi, la semantica, la semiotica, i sintagmi! I fonemi e gli stilemi, le figure retoriche, la metafora, l’ipallage, la sineddoche, la metonimia, l’ana­fora e l’allitterazione! Guittone d’Arezzo e il suo trobar clous, l’orto­grafia e l’ortoepia. L’idioma per l’idioma, il logos per il logos. Distrug­gono, giorno dopo giorno, la tua parlata proletaria; ti folgorano sulle labbra la parola cattiva e quella buona, la preghiera e la bestemmia, l’imprecazione e la maledizione. Sino al punto da farti vergognare ad esprimerti nel dialetto succhiato, insieme al latte, al seno di tua ma­dre. Ti suggestionano e ti plagiano, ti stordiscono. […] A questo punto, però, uno scrittore che fa? Se si chiama Zavattini, scrive un non libro perché la FICA sovrasti la vita e, così ficata, la vita esplode nella violenza della sua verità quotidiana:

Fica?

Perchè? Sono comunque il primo italiano che apre con questa parola un discorso sociopolitico (N.B.: onorarla con il carat­tere bodoniano a pagina piena). […] Credimi, Zav: siamo perfettamente d’accordo. E con noi il popolo catanese, erede di Micio Tempio (non ti sovviene il nome? ahimè, è vero, la patrie lettere di lui non dicon!) che in nomine ficae scrisse i primi non libri nel tardo ‘700. Per questo ancora sostengo: antigrup­po 73 non è un libro di cultura. Ma, in fondo, chi può mai dire in che consiste la cultura?

Il mio trisavolo Puddittu Calì non aveva un fazzoletto di terra da coltivare, ma insisteva nel dire che tra culti ed inculti se corrono insulti ci corron per tutti (Cfr. la presentazione di Santo Calì , in Antigruppo 73, Vol. II).

Nel tempo dell’Antigruppo siciliano c’è abbastanza, guardando ad alcune delle coordinate (come avanti) della loro “semiosfera”, per poterne parlare metaforicamente nei termini del tempo-adessojetzt-zeit – di Walter Benjamin o dell’<<occasione propizia>>, spazio e tempo debito: kairòs, in cui riattivare alcune “potenze” della storia che le forze dominati avevano snaturato o messo a tacere. Esso, come “miscela” non statica, e memoria storica collettiva, presente e futuro, è stato infatti un campo di possibilità che impegnava i poeti dell’Antigruppo a dover fare i conti sia con il passato (passato che non ignorava né rotture, né contraddizioni, né punti di riferimento che erano rimasti lì, come sotto cenere –  ti tizzoni sui cui soffia l’angelo di Klee –) che con le innovazioni, contestualizzandole. Alla realtà che proponeva situazioni e praxis interrelazionali “tecnologicamente” diverse e aggiornate, il passato, l’immaginario del passato, offriva delle possibilità tra le quali bisognava districarsi, scegliere; e bisognava scegliere e agire pur all’interno delle contraddizioni storiche e temporali prive di sintesi dialettiche e lineari, perché relativamente alla scrittura letteraria e poetica si fosse quanto più possibili coerenti con sia con la progettualità antagonista di tendenza che con l’immaginario culturale depositato nella memoria collettiva e individuale. Così il richiamo ai molti modelli e motivi  – la grecità solare e degli aedi, il giullare e Domenico Tempio, l’ironia, la parodia e la tradizione arabo-mediterranea dell’<<io>> poetico che non si riconosce al di fuori del rapporto con il  <<noi>> della comunità riproposto, oggi, aggiornato alla luce del collettivo della lotta di classe contro il neocapitalismo neoliberista che assume la guerra e la violenza come dominio e comando vs il sociale locale e globale, i poeti spagnoli della generazione “d’oro” e l’estetica di tipo lukácsiana e brechtiana, l’underground e la contestazione che segue sia la destalinizzazione che la crisi occidentale del “miracolo economico” e i movimenti giovanili di protesta ecc. –, rintracciabili nei testi dei poeti siciliani, cui le soggettività plurali dell’Antigruppo si rifacevano, ognuna ricorrendo a un personale stile retorico di fare e scrivere poesia come pratica significante. Il tempo dell’Antigruppo siciliano, dunque, ci sembra debba essere rivisto e pensato come quello del jetzt-zeit di Walter Benjamin; il tempo-adesso, il tempo-ora non lineare in cui però il passato, il presente e l’attesa del futuro confluivano/confluiscono simultaneamente in termini di equilibrio instabile e di soggettività che si costruiscono/costruivano nel kairòs dei bisogni del materialismo storico e delle contaminazioni con altre poetiche, mentre le aporie, di cui parlava anche lo stesso Nicola Di Maio, ne costituivano più un motore che una remora. Diciamo pure un jetzt-zeit benjaminiano coniugato con il tempo kairòs della nuova razionalità e del linguaggio delle nuove scienze. Il  kairòs  che non nega più la realtà del tempo come non nega più la razionalità stessa della molteplicità e delle differenze concrete dei soggetti e della varie soggettività che non riconoscono più  il linguaggio univoco delle vecchie ideologie gerarchizzanti e autoritarie (aristocratico-borghesi o del conio delle nuove scuole di partito), e dell’esclusione, che vengono prese di mira e aggredite con una adeguata dose di acido letterario e poetico. Le stoccate sulla cultura scolastica italiana di Santo Calì, e la sua parodizzazione che mette a confronto le “attiviste” leniniane – che volevano convertire alla causa “Le muscolose massaie del Kasaghistan” – e i “poeti  rivoluzionari” – che vogliono educare le masse operaie e contadini non adusi ai testi letterari –, sono lì a testimoniare di queste scelte e posizioni, e non dicono cose diverse! La coerenza dell’impegno e l’incoerenza di certi stilemi, che ricalcavano moduli d’altre poetiche, e sebbene in mezzo ai sapori di una certa consapevolezza anche autoironizzante, non potevano quindi – a maggior ragione, e senza giustificazionismi a posteriori – mancare delle aporie del caso. I testi dei poeti, crediamo, come il tempo, sono textum-miscela e kairòs instabile di con-tingenze o di variabili che si toccano ai bordi e che così intrecciati si sviluppano per sentieri non lineari, antagonisti, contraddittori e a volte anche autocontraddittori rispetto alle promesse delle stesse poetiche enunciate e pubblicate, e allo stesso presente storico tendenzioso.

Nel caso dell’Antigruppo siciliano è necessità, perciò, riconsiderare con occhio distaccato e “giudice partecipe” la vitalità delle loro esperienze linguistiche poetiche che usciva dal chiuso della nicchia intimistico-espressivo e individualistica del poeta irrelato e ripiegato (la poesia del riflusso e degli archetipi dell’io tutto bagnato e nudo. Poverino!) lì, invece, dove fra i benestanti e benemeriti della poesia “ufficiale” del mercato nazional popolare degli anni 70, circolava l’insegna del pubblico della “poesia innamorata” e l’aideologia del buon senso comune e del ripiegamento “anima-le”. La poesia dell’Antigruppo, complessivamente, è allora quella di una testualità che esce dalla diaspora della nostalgia  e dal museo della poesia “pura” per immergersi con le “mani sporche” di Garcia Lorca, tra malinconia dell’essere e nostalgia del non-essere-ancora, nella realtà viva e mai neutra che coinvolge e attraversa le soggettività individuali e collettive e i linguaggi dell’intercomunicabilità, sebbene non va dimenticato che la semantica poetica si porge con un suo statuto particolare plurilivello, e non univoco. Il linguaggio che la riflette, infatti, la esprime e/o la costruisce, è sempre il logos di una visione dinamica e di una ideologia che si fa anche “semiotica” storica polisemica. Un linguaggio che non vuole mai essere solo “semio-logia”, una linguisticità pura senza genesi e storia se non nella rarefazione dell’astrazione analitica e modellistica. Metterne a punto le coordinate teoriche richiede che la teoria faccia i conti con la prassi, sia il terreno di scontro e di comunicazione la poesia e/o la politica. E su questo terreno la poesia, la sua scrittura e la sua comunicazione sanno perfettamente che non si può e non ci si deve sciogliere senza distanze nel mondo della politica partitica e nell’appiattimento dei prodotti e dei processi dati dal presente. L’avanguardia storica del surrealismo non è passata invano. La realtà come processo di senso e contro sensi non è mai  separabile definitivamente dalla storia materiale e ideologica. Scienza, razionalità, linguaggi, procedure e modalità l’intercettano, vi s’intrecciano e la miscelano, ma il reale – come la poesia – non vi si riduce mai definitivamente. Tra modelli e realtà ci sarà una relazione d’interazione e transizione “sporca”, ma mai identità. C’è una trascendenza/tensione kairòs/tica – un’irriducibilità di fondo – del tempo nel tempo stesso che ti obbliga sempre ad una differenza rinascente nei processi stessi della storia materialistica dei bisogni e delle idealità; una tensione instabile e dai confini non più nettamente distinti – come voleva la vecchia razionalità classica e deterministica –  che si processualizza sempre come contingenza di eventi in linguaggi particolari e frammentati che ti ricordano lo scarto del mondo stesso dall’oggetto-mondo. La “rappresentazione” ha senso e consistenza solo se le due o più immagini non combaciano e si dialettizzano invece eterologicamente. E i segni sono tali infatti solo in rapporto a un extrasemiotico interagente e risonante della causalità del vincolo e perciò sfuggente alla cattura nell’identico della logica astratta formale e sintattica sia la lingua/logos il modello fondante che il vedere.

La poesia dell’Antigruppo siciliano è quella della parola e dei segni che ha voluto essere pensiero in azione, gesto, relazione con il tempo e la storia per metterne a fuoco determinismi, spaccature e prospettive; ha cercato di essere significanza in cammino tra continuità e rottura col passato; interazione dei segni e testi plurali, conflittuali, con equilibri sempre instabili e mai definitivi di soggettività individuali antagoniste e complementari con un “noi” altrettanto plurale e differenziato. Il “noi” di cui Calì ha messo bene in vista la particolarità del terreno storico-sociologico e le stesse possibilità d’azione: sempre sospese tra volontà combattiva, remore e smorzamenti di varia natura. È stata l’esperienza di una soggettività collettiva plurale (l’Antigruppo), soggettività materiale e storica ANTI, che nella complessità del reale portava bi-sogni variegati e plurimi; un ANTI plurale che si proiettava verso il futuro tentando ancora la possibilità di un progetto di vita alternativo a quello del mercato occidentale (liberista) e orientale (pianificato) che il mercato, disciplinato  e ramificato,  voleva controllare fino al midollo e nelle pieghe più intime del tessuto sociale con la microfisica del sapere e l’uso dell’informazione manipolata ad hoc. I blocchi contrapposti esercitavano lo stesso tipo di dominio e di potere amministrato verso il basso, e l’opposizione Usa e Urss di allora, in questo, non differivano nonostante i rispettivi sistemi fossero sostenuti da ideologie contrapposte. Per rendersene conto basterebbe, oggi, guardare verso le cosiddette campagne propagandistiche scenate ad hoc contro il terrorismo o le civiltà dell’<<asse del male>>  cui convergono i governi di destra e di sinistra del mondo all’insegna del “pensiero unico” e di “fine della storia”, e in nome dell’uomo “universale” quanto genericamente metafisico della civiltà americana e occidentale del liberismo capitalistico e borghese.

I movimenti ANTI, senza ridurli all’ambiente borghese dal quale sono nati, non sembra abbiano accusato i limiti di una rivoluzione della lingua consumata solo nella lingua. Hanno avuto ben altre “resistenze”, e alla stregua di altre avanguardie nate altrove  hanno demistificato l’uomo generico e universale del realismo borghese tinteggiato di umanesimo di classe. Quell’uomo generico che oggi nell’era della rivoluzione informatica e telematica – la tecnica che ha modificato le forze di produzione ma non i rapporti di produzione, che rimangono sempre quelli dello sfruttamento di classe – viene riproposto come creatività universale individuale innata; una potenzialità che ognuno, con un PC (personal computer) in mano, a casa e senza vicoli di orario e organizzazione, ecc., può sfruttare per arricchirsi lavorando secondo il proprio talento, e convinto che il proprio e privato interesse sia la molla dello sviluppo sociale.

L’uomo universale – diceva però Sartre – non si impegna per niente  e per nessuno; è solo il pretesto ideologico di una sistema di classe che oggi governa e domina con la “persuasione” che l’eguaglianza e la libertà siano misurate con l’intera monetizzazione del ciclo di vita degli uomini. È la persuasione che la  merce/denaro costituisca l’unico e solo “valore” trainante del benessere degli individui-sostanze, oltre gli stessi termini della giustizia sociale, e che il sistema atto a garantirne la realizzazione sia quello del contratto diseguale del mercato senza altre regole che il profitto. La politica, la cultura e le armi sono al suo servizio. E per la difesa, l’affermazione e l’estensione di questo “ideologema”, il sistema liberistico, senza remore alcuna, è disposto, sospendendo ogni principio, anzi falsificandoli, al ricatto delle guerre e della repressione. Per continuare il suo potere indiscusso di dominio e controllo totale imbonisce l’opinione pubblica mondiale che la guerra e le guerre di sterminio sono la faccia forte della politica democratica (?); è necessario difendersi dai nemici (!), indifferentemente dichiarati tutti terroristi e fanatici. Esso non sopporta un tempo di vita e di storia che non sia quello ridotto a misura dei dominatori, della merce e dell’equivalente del denaro come metro sottoposto allo scettro del suo stesso comando. Contro un mondo siffatto, l’Antigruppo puntava l’arma disarmata della sua poesia ANTI.

Nell’<<Incontro fra i popoli del Mediterraneo>> (incontri che volevano essere anche un momento di confronto collettivo sulle scelte dell’Antigruppo), tenutosi a Mazara del Vallo nel 1984,  sul tema “la cultura per la pace nel Mediterraneo” e  “la funzione della poesia oggi”, questa tendenza della mondializzazione amministrata della violenza di Stato, contro cui poi si metteva a punto la contro-tendenza antagonista della poesia, emergeva con molta chiarezza in tutti gli interventi dei convegnisti (riportiamo qualche stralcio):

La crisi dei mo­delli, che ha raggiunto il massimo livello di coscienza a partire dal ’68 e che ancora oggi percorre il presente, non ha investito di disgregazione soltanto le strutture economiche, sociali e politiche dei sistemi, ma ha significato an­che lo scacco e il fallimento delle rispettive filosofie e la debolezza della cultura in generale di fronte al meccanismo incontrollabile del disfacimento e tuttavia agitato dallo spirito della restaurazione.

I segni di una simile tendenza negativa […] vanno individuati nei seguenti punti: a) nella produttività materiale e ideologica di sistema finalizzata al profitto-dominio e alienante; b) nello sfacelo irreversibile degli ecosistemi attraverso l’impiego militare (vedi Vietnam e guerra Iraq-Iran) o civile di sostanze altamente tossiche (Seveso e nella invivibilità della città-­metropoli; c) nei milioni di morti per fame a fronte di una ricchezza, in ter­mini di patrimonio tecnico-scientifico e di capitali, che si accumula e con­centra sempre più nelle mani delle nazioni ricche, con tutto ciò che questo significa di resistenza o di perpetuazione di rapporti mondiali e planetari che valutiamo non più sostenibili; d) nella logica minacciosa e perversa del­la guerra nucleare che, il giorno dopo, non vedrebbe possibilità di vita; e) nella disperazione, a volte rassegnata, della gente che accetta la corsa al riarmo e il terrore della guerra come scongiuro ed unica ratio capaci, di fron­te alla consapevolezza delle dimensioni della catastrofe, di dissuadere le par­ti dal premere il bottone; f) nello svuotamento di significato cui, di fatto, vanno incontro i movimenti pacifisti con le installazioni delle basi missilisti­che, secondo accordi e tempi, e con la retorica fallimentare degli incontri di Ginevra; g) nel riassorbimento più o meno riuscito dell’utopico-rivoluziona­rio nei canali della vecchia razionalità tecnico-strumentale e di dominio di classe che in ogni modo cerca di svitalizzare l’antagonismo attraverso quelle obsolete istituzioni che in atto hanno ritrovato vigore e funzionalità; h) nell’ offensiva di una chiesa ufficiale, e conservatrice di vecchi valori confessio­nali e gerarchici, che nel materialismo ateo individua la matrice della crisi dei valori e nelle rivolte dei popoli oppressi altri pericoli per la pace.

[…]

Io credo che, oggi, la poesia, in questa realtà […] abbia il compito di cogliere e sviluppare, in autonomia e con i propri mezzi specifici, il corno della contraddizione che porta i fermenti e le ten­sioni di un radicale cambiamento, perché solo qui sta la verità della conti­nuità della vita. Nell’altro corno esiste soltanto una verità di morte. E la poesia non può essere che vita e da parte della vita nella qualità sua più piena e concreta che è quella di essere nella storia e nella lotta di una sto­ria rivoluzionaria. Diceva Brecht che «dire la verità appare un compito sem­pre più urgente», perché il popolo non deve trovarsi semplicemente in mez­zo «allo sviluppo» ma lo deve usurpare, sforzare, determinare. Ma con Maiakovkij bisogna ri-dire che «bisogna fare presto», perché «molto è il lavoro» da fare e il tempo che ci si vorrebbe lasciare è sempre più sottile e sfuggente. Anzi, come ho avuto modo di scrivere in altra occasione, si ha il dovere di sottolineare l’urgenza della necessità di far presto ora che le società contemporanee, ma in modo particolare quelle a capitalismo avanza­to, hanno messo le mani sull’informazione come scienza di controllo-domi­nio e del terrore e del massacro organizzato hanno fatto materia e forza pro­duttiva e riproduttiva del loro nuovo modello sociale ed industriale (Antonino Contiliano, in “Incontri fra i popoli del Mediterraneo” su “la cultura per la pace nel Mediterraneo”, a cura di Rolando Certa, Atti del convegno, Mazara del Vallo, anno III, 26-30 aprile 1984, p. 88.);

Personalmente credo che c’è ancora troppa scrittura mimetica, troppa scrittura ripetitiva e imitativa. La natura continua a avere troppi descrittori, glossatori, imitatori. Niente è più ingannevole della natura. La sua apparenza è così, generalmente, consolatoria, che molti ancora credono nel trucco. So­no quelli che fanno la poesia dei buoni sentimenti. Per loro una rosa è una rosa, ma raramente un verme è un verme. La natura è ancora il bello e il buono. È il mondo che si augurano e credono di anticipare nelle somiglianze. Non credo in questa poesia, in questa scrittura consolatoria. Credo che essa non si giustifichi, non giustifichi la sua funzione, il suo ruolo. La sfida non è più alla natura come natura. E se così fosse, si tratterebbe, comunque, di un livello ben più alto: la sfida sarebbe – è alla natura in termini eisen­steniani, come energia, come universo in espansione. La sfida è stellare, galassica, cosmica. Ma a quel livello, essa torna ad essere sfida all’uomo, con l’uomo.

[…]

II senso e il fine di quella sfida, è il senso e il fine stesso della poesia: stanare la bestia, inseguirla nel fondo tenebroso della caverna dove ancora si annida, costringerla ad uscire alla luce, a far luce, cioé, in se stessa. Co­stringere l’uomo ad assumere le proprie responsabilità di uomo, tutte, nessu­na esclusa. Da quelle della sofferenza e del dolore, a quelle della gioia e dell’amore, a quella della produzione e della creazione (Ignazio De Logu, in “Incontri fra i popoli del Mediterraneo” su “la cultura per la pace nel Mediterraneo”, a cura di Rolando Certa, Atti del convegno, Mazara del Vallo, anno III, 26-30 aprile 1984, p. 94.);

Nel 1959, quando ricevette il Premio Nobel, il grande poeta italiano Salvatore Quasimodo, nativo di Modica in questa bellissima terra siciliana, pronunciò a Stoccolma di fronte al re di Svezia e all’Accademia che gli aveva tributato quell’ambito riconoscimento un discorso dal titolo Il poeta e il po­litico. In esso Quasimodo svolgeva due motivi fondamentali, quello della solitudine del poeta e quello della separazione delle funzioni tra il poeta e il politico; ma subito spiegava come la sua personale solitudine fosse nata da una particolare condizione biografica, dal fatto cioè che la sua ricerca poetica si era svolta in periodo di dittatura, quando astrarsi dalla lotta politi­ca, cercare rifugio in interiore homine, e quindi concentrarsi sui problemi del linguaggio più che su quelli della società appariva una via legittima e forse obbligata per sfuggire ad ogni compromissione con il potere. Ma poi le cose mutarono, e venne la tragedia per l’Italia, per l’Europa e per il mondo intero e Quasimodo registrava la nuova condizione: ‘La guerra – scri­veva – costringe l’uomo a nuove misure … il poeta, dalla notte, cioè dal­la solitudine, trova il suo giorno e inaugura un diario mortale per gli inerti; il paesaggio oscuro cede al dialogo”.

Questo passaggio dall’oscurità alla luce, dalla solitudine alla solidarietà, dall’inerzia all’azione, dal monologo al dialogo, ci pare indichi nel modo mi­gliore il senso che può avere acquistato oggi la poesia, non in conseguenza di una guerra combattuta ma nel timore, anzi nel terrore, di una guerra possi­bile, che sarebbe per l’uomo, come tutti sappiamo, non l’ultima sua guerra, ma l’ultimo suo atto come essere civile, forse come essere vivente su que­sto pianeta.

Ma per restare ancora con Quasimodo, egli continuava il suo discorso ne­gando la possibilità di un coordinamento tra il poeta e il politico, “perché – diceva – uno si occupa dell’ordine interno dell’uomo e l’altro dell’ordina­mento dell’uomo”. Credo che noi dobbiamo avere il coraggio di andare oltre questa sentenza pur tanto suggestiva, e in un certo modo non priva di una sua verità, e dobbiamo impegnarci perché per un verso, il politico non si occupi so­lo del comportamento esteriore dell’uomo, ma ne intenda i sentimenti e le ragioni profonde e provveda a interpretarle, educarle e realizzarle; e per altro verso il poeta non si recinga nell’alibi del foro interiore, non si ritenga sod­disfatto dell’invenzione delle parole, non torni a praticare, come fu in Italia negli anni della dittatura, l’”assenza”; e cioè la fuga dalle responsabilità to­tali dell’uomo, che toccano ogni campo della sua attività e che da questa vastità di interessi possono alimentare anche la sua vena poetica.

Ritengo, tuttavia, che né si debbano pronunciare giudizi generali né ci si debba troppo illudere. Tante e così diverse sono oggi le condizioni dei singoli paesi nell’intero globo, che sarebbe vano, e persino falso, pretendere di avanzare una sorta di teoria della poesia buona per tutti. Ci sono ancora pae­si che debbono difendere con tutte le forze la loro indipendenza, ci sono mino­ranze che hanno ancora il diritto-dovere di affermarsi, e noi dobbiamo ben comprendere come lì il poeta possa ancora assumere la veste del combatten­te con le armi e con la parola; ma l’auspicio è non solo che si possa final­mente termine a queste situazioni, ma che ciò avvenga anche attraverso la parola dei poeti, degli scrittori, degli intellettuali tutti, il cui apporto divenga determinante per realizzare, fra i paesi e all’interno dei singoli paesi, rapporti umani e pacifici (Giuliano Manacorda, in “Incontri fra i popoli del Mediterraneo” su “la cultura per la pace nel Mediterraneo”, a cura di Rolando Certa, Atti del convegno, Mazara del Vallo, anno III, 26-30 aprile 1984, p. 77.).

L’Antigruppo siciliano quindi, consapevole che non c’era  una poesia “una”, spingeva perché ogni poeta con la propria parola poetica “forzasse” i mutamenti della percezione necessari per sostenere i possibili cambiamenti della politica culturale e dei rapporti di forza; perché si adoperasse per un possibile cambiamento dei rapporti di produzione cui fossero però estranee le spinte riduzionistiche e autodistruttive. Ma le azioni corrosive e antagoniste della letteratura allora hanno bisogno del supporto di ben altro. Una rivoluzione/sovversione che pretende il cambio dei comportamenti, e un’organizzazione socio-produttiva rispondente allo status alternativo preconizzato, nonché un linguaggio che, tra passato e futuro, ne tracci la transizione, infatti, non può ignorare la complessità indecidibile della “totalità” delle contraddizioni e della multidimensionalità del futuro: perché la transizione non è mai  lineare. Essa dipendente da un modo d’essere che non si modifica istantaneamente nel verso pensato e voluto. Trasformazione e cambiamenti sono legati infatti all’indeterminazione della contingenza della storia materiale, ai rapporti di forza in movimento e possibili combinazioni non previste. Il tempo della storia è un intreccio polilogico e polifonico, e un’intersecazione di tempi multipli, stratificati e proiettivi, che si attraversano “temperando” soggetti e linguaggi, individuali e collettivi, con esiti tagliati sempre dall’incertezza e dall’instabilità pur all’interno di un conflitto di classe. È l’intreccio, non l’esclusione delle scelte antagoniste e delle azioni per mondi alternativi possibili, che tesse le diverse variabili, e in questa interazione, della libertà e volontà dei progetti degli uomini.

E il linguaggio di un poeta ‘antigruppo’, come si può leggere nel lessico scelto e nella sintassi organizzativa complessiva di tutti i suoi segni, anche quelli assenti, non manca di agglutinarsi attorno a quella che è l’immagine che ognuno si fa intorno al passato, al presente e al futuro alternativo che vuole costruire insieme all’interazione complessiva con l’ambiente storico in cui ognuno si trova ad operare. Un’immagine che peraltro, certamente, non può evitare tagliando i ponti con tutte le contraddizioni che il sociale comporta, e che finiscono per influenzare, stravolgere, le sue stesse attese. Il poeta e la sua produzione linguistica e segnica, sebbene resistenti e opponenti, possono abbandonare la contraddizione storica che miscela tempi e storie multiple non lineari, e attualizzare un mondo razionale-immaginario senza lacerazioni?

Fuori e dentro metafora, riparlare dell’Antigruppo è, oggi, il tentativo, soprattutto, di superare allora il luogo comune  e “lineare” della sua riduzione a movimento di piazza e a propaganda in versi, come ha asserito Giovanni Occhipinti[9] in un recente convegno di studi sulla poesia siciliana del secondo Novecento, o come fanno altri svalutandolo o ignorandolo senza approfondite analisi. Significa volerlo fare uscire dalla non esistenza (cui è stato destinato dal silenzio della riflessione storica e critica di chi di tale compito si è fatto carico e autoinvestito) o dall’esistenza citazionistica che è diventata meccanica sotto molti punti di vista, e affidata a formule di rito, ripetitive e prive di analisi verosimili. Significa vedere lo sviluppo della tendenza di fondo e riprendere le linee plurali della marcia poetica.

L’esempio non è solo quello di Occhipinti. Formularie e subalterne sono anche (stabilito il modello) le indicazioni, le citazioni o le segnalazioni che girano anche in certe pagine – quando ne toccano l’esistenza – che curano la storia letteraria dell’ultimo novecento italiano e siciliano:

Non si riconobbero nella linea del Gruppo  ’63 alcuni giovani e poeti siciliani i quali, nella seconda metà degli anni Sessanta, costituiscono l’Antigruppo […], espungendo i sentimenti di rivalsa, troppo spesso vestiti del tono litigioso della provincia […] Figure prossime, quelle dell’Antigruppo, alla frange estremiste dell’ideologia marxista, […] Molte le pubblicazioni di antologie, libri, riviste, ma restano ( sin da quel confinato periodo e con qualche eccezione) un fenomeno locale spesso con prove letterarie di esile valore, vestito di un acceso epigonismo, come del resto simili fenomeni furono registrati in altre aree del meridione italiano.[10]

Crediamo che l’esistenza di un fenomeno non debba dipendere solo dal fatto che qualcuno ne parli dal proprio punto di vista, sempre parziale, e specie se tutto ciò accade al di fuori di un esame complessivo e di un metodo dichiarato, e presumendo che ciò che il “punto cieco” del proprio occhio vede sia resoconto della panoramica angolare. Anche le reazioni gastronomiche lasciano il sapere/sapore nella memoria. “Epigoni” di chi!; “esile” rispetto a quale fusto!;  “propaganda in versi ” rispetto a quale canone capace di discrimine netto tra versi di poesia e versi di propaganda?

Parlare dell’Antigruppo siciliano, dovrebbe significare, invece, vederlo nel suo contesto e nelle sue proiezioni certamente immersi nell’inevitabile e ineliminabile intreccio anche di ideologia e linguaggio, di permanenze sistemiche e trasformazioni in atto, e con i conti che ciascuno autore ha dovuto fare con il proprio passato, i modelli, gli atteggiamenti mentali, le scelte e le prese di posizioni nella “guerra di trincea e movimento” per dirla con Antonio Gramsci, ecc. e le possibilità di cambiamento più o meno riuscite e, prima di tutto, rispetto alla peculiarità della stessa scrittura poetica, che non ha modelli assoluti in nessuna poetica. Brecht diceva che l’etica come la poetica si sceglie in base ai bisogni della lotta, e che il reale è talmente vario da non soffrire nessuna etichetta definitiva. E le possibilità scelte, bisogna pur riconoscerlo, sul fronte delle inclusioni e delle esclusioni nell’avanguardia e/o nell’impegno non sempre sono state vincenti e conducenti verso gli orizzonti tendenziosi degli sviluppi in atto dello stesso antagonismo conflittuale. Ciò che ieri era rivoluzionario, il tempo, per esempio, ora, non l’ha conservato tale. Mettere insomma a fuoco il perché del “come” del tempo personale e sociale collettivo degli uomini, storicamente determinati e determinantesi, e dei loro linguaggi poetici; il tempo di ciascuno infatti è certamente complesso e, perciò stesso, quindi non facilmente etichettabile. Il linguaggio della poesia così non è solo, per esempio, asettica forma o stile votato a rappresentare o simulare solo la lirica della lirica del sentimento o dei grandi temi metafisico-esistenziali che attanagliano il cosiddetto uomo universale. Le forme e la realtà, o come ciò che dell’extra-segnico è presentato come senso, hanno sempre un’anima “ideologica”, una visione storico-culturale e politica di “parte” e una sintassi comunicativo-poetica propria. E in questo gioco delle parti e della storia però c’è sempre una parte – un chi – che si attesta sul fronte della lotta per l’accaparramento di una presunta universalità e verità autentica fondata su significati estensivi e condivisi ma dimenticando che la storicità non ha universalità da amministrare. Ognuno gioca sia la parte dell’attore che dello spettatore, e non sfugge a nessun tipo di condizionamento relazionale e reticolare. Nessun osservatore è neutro e oggettivo. Si è sempre nella corrente del tempo stratificato e multiplo, e mai solo spettatori e giudici al sicuro sulla riva. Neanche Lucrezio sfuggiva al clinamen della sua storia e della sua formazione culturale. Il locale riflette il tutto-ambiente in cui vive, e questo senza la particolarità della contingenza degli eventi che lo istituiscono e lo relazionano non ha capacità alcuna né di significare se stesso né gli insiemi che l’articolano con la loro stessa complessità storica, materiale e contraddittoria costituiva

Il giudizio Occhipinti così, infatti, è riduttivo e semplicistico. È riduttivo, perché, se è vero che ci siano stati testi ottativo-celebrativi che soddisfacevano l’emozione e i gusti puramente ideologistici di certa moda politico-protestataria, proletarizzante e acritica, non tutta la poesia del movimento poetico dell’Antigruppo siciliano, anche dopo le scissioni, si trovava e si riconosceva su questo versante. È semplicistico perché dimentica che comunque il linguaggio di un testo poetico non può essere letto al di fuori del suo essere struttura “simbolica” antisistema e anti-discorsiva; vale a dire contro la norma garantista e l’uso mediatore dei consensi mistificanti dell’omologia in base alla grammatica corrente o eventuali canoni storici, e in uso, che certo “mercato critico” utilizza per dare o levare patenti di autenticità o non autenticità poetica.

Un textum poetico, specie se appartiene a un “movimento d’avanguardia”, e quello dell’Antigruppo siciliano lo è stato non fosse che per il suo polemos contro l’ordine esistente, e deificato, della società borghese, non può essere equiparato alla comunicazione dello scambio reificato dei significati e dei valori attesi (populismo?) dai consumatori e dal pubblico; il suo linguaggio poetico dunque non può essere giudicato strumentale o  rigettato come non poetico o non coerente, specie se dentro ci stanno scelte e segni non equivocabili di scrittura poetica in simbiosi con un senso della verità affatto riducibile all’interno delle categorie sintattiche e intellettuali che lo scrivono. Un giudizio ‘critico’ che non tiene conto comunque di certe coordinate allora è più un atteggiamento che la conseguenza coerente di assunti di  qualsiasi posizione di “poetica” presa a canone. E gli atteggiamenti sono tipici, invece, di certa stereotipia che vanta capacità di critica. È il “tipico” della propaganda e della pubblicità (di mercato), che giocano sulle attese emotive e il gioco delle opinioni e delle misture correnti, e non del  bisogno “probabile”, per non dire oggettivo, di conoscenza storica circostanziata quale humus che dovrebbe interessare ognuno, e qual sia la parte giocata. Il mercato dell’opinione acritica, specie se produttori, mediatori, destinatari ne condividono i meccanismi “seduttivi” senza la dovuta dose di sospetti, spinge all’adesione tout court e all’acquiescenza verso il dato, il presupposto e il proposto pubblicizzato: è la privatizzazione dell’opinione pubblica, e se ciò riguarda l’estetico, non c’è misura per l’inquinamento conoscitivo . Ma se i prodotti sono testi letterari o poetici che veicolano processi di senso e pratiche significanti lontani dalla “norma” letterale/onnitestuale, anziché significati naturalizzati come evidenze e sostanze comunicative che gratificano e tranquillizzano il lettore-pubblico, o il “critico” di passaggio, né propaganda, né populismo, né circoscrizione al locale hanno ragione di motivare – unica ratio – la poesia, né tanto meno la poesia dell’Antigruppo. E se l’ideologia e certi stilemi non perfettamente rispondenti allo spirito dell’ANTI e dell’underground sono presenti nei suoi testi poetici, non può essere la sola componente ad essere presa in considerazione per valutare la poetica di un gruppo Antigruppo o di un poeta che vi appartiene, e limitare la portata. E poi, è possibile non essere epigoni della lingua e della lingua poetica? Le stesse rivoluzioni scientifiche per tra-durre le novità si servono del vecchio (e precedente) linguaggio già acquisito! Nuovo e vecchio coesistono e si mescolano, e non è strano che certi stilemi e modi a volte riemergano; complessivamente però il nuovo non può essere ignorato perché è lì fra le cuciture del vestito e i suoi risvolti.

Giuliano Manacorda, e solo per citare un caso e senza scendere nei particolari (che esulano dal contesto di questo lavoro), presentando Il sorriso della kore di Rolando Certa (uno dei fondatori dell’Antigruppo), ha scritto che  l’abbondanza dell’invenzione metaforica è tale “che riesce a rinnovare la figura della donna e la definizione del rapporto una pagina dopo l’altra […] alla quale subito va aggiunta, assieme alla forza delle immagini, la loro delicatezza talora da ballata trecentesca”.

Un testo poetico, infatti, non è riducibile minimamente al suo contenuto e alle forme dichiarate pur se, come nel caso di Rolando Certa, c’è stata per esempio una esplicita dichiarazione di rifiuto degli sperimentalismi e di uso invece di un linguaggio medio e “quotidiano”. Anche il linguaggio quotidiano, da lui utilizzato come base intersoggettiva e comunicativa con tutti e di tutti, è ricco di figure retoriche: metafore, anacoluti, allusioni, ellissi, spostamenti d’accento, ecc. L’artificiosità retorico-formale non era spinta agli eccessi degli innovatori delle nuove avanguardie di allora, ma Certa la impiegava; la impiegava piegandola alle sue scelte e, condizionato dai depositi stratificati della sua stessa memoria culturale-poetica, forse non sempre le soluzioni elaborate erano coerenti con gli assunti della poetica dichiarata. Del resto la lingua o i segni e i loro prodotti sono artifici essi stessi, ma non per questo assiomaticamente formalizzati o riconducibili comunque a procedure definite definitivamente; come le merci, quando passano dalla progettazione, alla produzione al circuito dello scambio e della comunicazione, girano e danzano più o meno “impupate”; circolano con ridondanza e/o disturbo sia per ac-consentire sia per dis-sentire; se-ducono intrecciandosi e intersecandosi con l’intero universo simbolico-immaginario di un soggetto che non vive astratto dal tessuto del proprio ambiente di vita. E a questo “destino” nessuno soggetto come nessuna avanguardia può sottrarsi. Altri modelli (e con regressione all’infinito) potrebbero essere costruiti per snidare le incoerenze di una “poetica” rispetto ad un’altra…E questa consapevolezza non pare essere stata patrimonio esclusivo di un gruppo piuttosto che di un altro. Comune ai gruppi, al di là degli esiti differenziati, è la presa di consapevolezza (e il bisogno della sua diffusione) che i significati messi in circolo dai segni comunicanti e dalla pratiche significanti correnti, comprese le poetiche, non sono affatto né oggettivi né neutrali: l’ideologia e il suo retaggio stratificato sono sempre nell’intreccio, qualunque sia l’ipotesi. Il problema è organizzare la coimplicazione non lineare, né autonoma né consequenziale per destini metafisici, delle forme determinate che storicamente assumono le strutture e le sovrastrutture ideologiche, la materia e le sue elaborazioni nel “vincolo” né lineare né deterministico che ne struttura la relazione reciproca, e aperta. È su questo, forse, che si deve spostare l’attenzione e la riflessione quando si parla di “rivoluzione” nel/del linguaggio usato dai poeti e della capacità critico-ironica necessari per non rimanere prigionieri né del passato né dei dogmatismi personali o di gruppo.

Non è un caso, infatti, se la poesia non ha un mercato e un pubblico di consumatori “sedotti” come avviene per i prodotti d’intrattenimento dell’industria dello spettacolo, che spera e pratica l’omologazione dei gusti con slogan più o meno vincenti ma che non si rivolgono né all’intellegibilità dell’insieme né tanto meno alla comprensione che, oltre i legami concettuali, fluisce anche nel senso della verità delle cose e del cammino intrapreso. I poeti dell’Antigruppo dopotutto, come tutti i poeti, mettevano in circolo un prodotto inutile – la poesia  – quanto pericoloso per il suo polisenso eversivo e ribelle nei confronti dei vari tipi di consumi (dal benessere, ai divertimenti e alla politica dei compromessi) gratificanti, rassicuranti e garantisti un possibile popolo di piazza del mercato borghese e del consumismo “postmoderno”. Forse è meglio allora chiamare, ossimoricamente, inutile-utile la loro poesia, come tutta la poesia. Si può allora, rispetto alla tipicità strutturale, ma dinamica e varia, del  linguaggio poetico, alla sua inutile-utilità emettere giudizi e sentenze che cozzano essenzialmente con lo stesso mondo linguistico d’essere della poesia?

E su questo piano è forse il caso di ripensare le scissioni e le antitesi dei “gruppi”!

Il movimento siciliano Antigruppo, nella sua breve storia, dovette affrontare la scissione Antigruppo Trapani (Nat Scammacca, Rolando Certa, Gianni Decidue e altri), Antigruppo/Intergruppo Palermo (Pietro Terminelli, Ignazio Apolloni, Nicola Di Maio e altri)  e, successivamente, l’esperienza e la ricerca di Ignazio Apolloni con Intergruppo-Singlossia. Il ripensamento dovrebbe toccare anche la posizione con i gruppi altri rispetto all’Antigruppo, quale per esempio è stato lo stesso  Gruppo 63. La netta e totale antitesi che lo – l’Antigruppo – volle contrapposto al Gruppo 63 sulla questione del “formalismo” e dei contenuti (sebbene lo stesso Gruppo 63 , e dopo il ’68, conobbe altri sviluppi), infatti, non sembra reggere, e non foss’altro per il fatto che il punto di vista di ciascuno era quello dell’antisistema.

Fermi rimanendo certi connotati specifici del linguaggio poetico, scissione e antitesi, ragioni più o meno calcolabili di “purezza!” linguistico-letteraria, sono sufficienti per includere/escludere un movimento, un autore e i suoi testi dall’universo della scrittura poetico-letteraria siciliana, italiana  e dalla sua storia ragionata?

Se il passato è la memoria del futuro, che tuttavia rimane oscuro, dov’è la storia ragionata e “saldamente” storicizzata dell’Antigruppo siciliano, i cui componenti erano orientati e riconoscibili almeno da un comune spazio antisistema?

Il contesto dell’Antigruppo siciliano

L’Antigruppo siciliano è un movimento poetico datato. Le sue origini pescano negli anni della contestazione che interessò il mondo intero. In Sicilia, Trapani, Palermo e Catania furono i luoghi principali che videro la nascita dell’Antigruppo siciliano e i suoi sviluppi; furono le sedi anche delle figure centrali – Santo Calì (Catania), Crescenzio Cane, Pietro Terminelli, Ignazio Apolloni (Palermo), Nat Scammacca, Rolando Certa, Gianni Decidue, Nicola Di Maio (Trapani) –  attorno alle quali si raccolsero molte delle voci nuove di tutta l’Isola. La determinazione della sua fisionomia – come avanguardia, anche se nel senso attenuato di polemica e opposizione che comunque il termine ha ormai acquisito rispetto all’ordine costituito (e non solo nell’ordine della produzione letteraria corrente) – ha una doppia relazione d’orientamento che ne significa la specificità. Un punto di riferimento è il clima generale della crisi – destabilizzazione da una parte e demistificazione del liberalismo borghese dall’altra –  e del dissenso che va sotto il nome di contestazione del ‘68; l’altro è l’avanguardia del Gruppo 63. Il gruppo di poeti, Balestrini, Giuliani, Sanguineti, ecc., che ruppero soprattutto con la tradizione lirica della poesia italiana e le cosiddette forme chiuse o sciolte/libere del verso per pratiche versificatorie che sconfinavano liberamente e/o con misura stilistica e metrica differenziata da un tipo di verso a un altro.

Le sue radici (dell’Antigruppo siciliano) infatti pescano nella memoria degli anni Sessanta, e si diramano negli anni Settanta e Ottanta e nella rete delle contraddizioni che li attraversano. I tre decenni che videro il fenomeno della “contestazione” politico-culturale globale del ’68 e gli “anni di piombo”, i “funerali di stato” e la politica dei blocchi contrapposti dell’Est e dell’Ovest, ovvero della strategia militare dell’equilibrio del terrore. Il modello del governo del mondo che, parallelamente e in termini complementari, esportava l’economia neocapitalistica nelle aree arretrate attraverso la strategia e la tattica degli aiuti e dei sostegni che generavano più dipendenza che autonomia di sviluppo. Le periferie dell’impero borghese, infatti, attraverso l’azione  dei “prestiti” al terzo mondo, ancora oggi pagano le conseguenze in termini di sottosviluppo e dipendenza. Sono stati espropriati delle loro ricchezze, e rimasti alla mercé degli interessi altrui, la cui logica di capitalizzazione è intenta a ben altro che allo sviluppo o alla democrazia e all’autonomia di quelle popolazioni.

Gli  anni dell’Antigruppo sono quelli che misero in scena in maniera spettacolare, a volte tragica, le contraddizioni della società italiana, europea e mondiale, il sistema che fino ad allora era riuscito a dominare l’ordine interno e internazionale che tuttavia era attraversato e minato dalle stesse contraddizioni che il  regime capitalistico si portava dietro. Le incongruenze che giocavano contemporaneamente in positivo e negativo, ma senza essere portate mai, fino allora, alla temperatura di lacerazioni insanabili. Sono le contraddizioni riportabili al campo della produzione sociale e appropriazione privata; delle richieste di partecipazione, di responsabilità e di rigetto ed emarginazione dai centri decisionali delle forze progressiste e dei movimenti della crescita delle forze democratiche socialiste e comuniste (Antonio Saccà sintetizzava: “o socialismo o nichilismo”). Sono i rigurgiti autoritari e fascisti accesi sull’intero scacchiere internazionale (provocati per non disturbare molto gli equilibri politici e di potere consolidati dal dopoguerra fino allora); mentre da una parte si smantellava la colonizzazione militare e dall’altra si dà il via alla colonizzazione economico-finanziaria e mercantile; della decolonizzazione militare e nuova colonizzazione economico-mercantile. È l’attenzione alle culture altre e, contemporaneamente, la loro mercificazione e integrazione. Le contraddizioni, nonostante le frizioni con la gestione diretta del comando capitalistico e la sussunzione della società risucchiata interamente nel suo tempo di produzione e riproduzione, rimanevano dunque bilanciate: vigeva ancora, sebbene in crisi e abbinato al Warfare, il Welfare state. Nell’ambiente delle analisi e delle azioni del mondo culturale però si oscillava tra il collateralismo di certo intellettualismo funzionale (e organico) al sistema, il ripiegamento intimistico di movimenti che rifluivano in interiore homine tra neo-orfismo, neoramanticismo e debolismo nichilistico o, invece, il decollo di una “nuova forma d’impegno” – nuovo engagement –  che si determinava come linea antagonista, materialista e allegorica. E questa nuova linea, con diramazioni sotterranee più che per contatti diretti tra i gruppi – come nel caso dell’Antigruppo siciliano –, si divideva ulteriormente sul fronte dell’impiego delle modalità simboliche e formali – linearità e/o non linearità, verbalità e non verbalità, ecc. – di praticare l’opposizione, l’impegno e il contatto comunicativo con la gente. La linea dell’antagonismo, che vive sostanzialmente delle contraddizioni materiali,  era però aliena dal ricorrere a sintesi finali o a pronunciamenti di forme artistiche e poetiche “totali”. Era un antagonismo di fondo che non mediava più le contraddizioni more solito, né si riconosceva più interamente nella vecchia razionalità dell’illuminismo progressista e graduale che, secondo l’analisi preveggente di Pasolini, era già deceduto sotto i colpi dell’omologazione fascista della nuova società di massa borghese o dell’<<operaio sociale>> di Antonio Negri che si poneva come soggetto collettivo im-mediato in una realtà, quella del capitalismo globale,  in cui il tempo della vita era letteralmente fagocitato, quasi senza residuo, nel tempo produttivo e riproduttivo della misura e del dominio neoliberistico . Si potrebbe dire che la razionalità cui fa riferimento questo nuovo antagonismo della pluralità è quella degli eventi “temporalizzati” e probabilistici delle nuove logiche polivalenti e delle logiche epistemiche che hanno relativizzato il dominio della logica classica a partire dalle rivoluzioni scientifiche e culturale-filosofiche del 900. Gli “sfondamenti” che hanno messo in crisi la teoria dei fondamenti oggettivi e deterministici. È una razionalità che non disdegna di coniugare astrazione e immaginazione e che sa che nelle cose c’è sempre un atto di “decisione” e una soggettività affatto eliminabile; che sa che l’oggettività dei saperi è sempre un fatto di conoscenza e del fare “approssimati” e relativi. E il mondo della letteratura e dell’arte in genere, e  della poesia in particolare, sempre in una posizione di marginalità, pur rimanendo all’interno di un “campo” aperto all’interazione, di fronte a tutto ciò reagì in maniera differenziata: isolandosi o riflettendo l’universo delle controspinte in campo e delle proposte di arretramento o di avanzamento variamente direzionate. Si ricorre così allo sperimentalismo formale (Gruppo 63), o rifugiandosi nell’<<io decentrato>>, <<orfico>>, <<innamorato>> da parte della poetica della <<parola innamorata>>. La poesia dell’Antigruppo siciliano dal canto suo ricorre alla poetica dell’impegno, e non senza la memoria delle bruciature lasciate dall’adesione acritica alle ideologie dell’esclusione e totalitarie dell’ordine del modello del mondo a “blocchi”; le parallele che, poi, si incontravano e sostenevano reciprocamente nella politica dell’amministrazione totalizzante (si comincia così a parlare anche della democrazia americana e occidentale – borghese e liberal-liberista – come di un altro sistema autoritario e “amministrato”).

Gli  anni dell’Antigruppo sono quelli in cui maturava così un antagonismo politico della cultura del dissenso e una soggettività che non vedeva più positivamente la mediazione all’interno della vecchia razionalità lineare e anche di una politica di transizione progressista ormai affogate dalle forze conservatrici e reazionarie; le forze che gestivano la totalità del tempo della vita come tempo totale del lavoro capitalistico. La totalità delle spinte ribelli e innovative dei nuovi soggetti individuali e collettivi emergenti – i movimenti della pace e dell’ecologismo, dello sviluppo sostenibile e interdipendente a livello della globalità planetaria che mettevano in crisi gli assetti stabiliti e disciplinati dai poteri dominanti –, allora reagiva con iniziative di proteste mentre, contemporaneamente, maturava l’antagonismo culturale e letterario sul piano artistico. Alla simmetria dell’ordine faceva riscontro l’antisimmetria dei movimenti dell’avanguardia e dell’impegno. Di fronte a questo nuovo antagonismo, che non mediava più le contraddizioni e si coniugava pluralisticamente, forse, sarebbe stato opportuno ricorrere a dei modelli di razionalità politico-culturale e sociale ispirati alle nuove logiche della ricerca scientifica e alla razionalità “ibrida” – miscela di metodi, procedure e idee ispiratrici affatto coerenti unitariamente – che le sosteneva (basterebbe solo pensare a quello che succedeva nella filosofia della relatività quantistica o delle emergenti scienze del caos intorno agli anni 70). Una razionalità nuova, e “ibrida”, del conflitto;  né lineare né dialettico-sintetica (non certamente parente del “pensiero debole”) ma irregolarmente “frattale” e miscelata, sì che il mondo della letteratura e dell’arte in genere, e  della poesia in particolare, sempre nella posizione di marginalità, potesse reagire sì in maniera differenziata ma non isolatamente, e sventagliata. La reazione però si presentò comunque come un campo di forze eterogenee, a volte escludentesi e senza possibilità o capacità di inter-connettersi; subisce e riflette l’universo delle controspinte in campo: proposte di arretramento o di avanzamento variamente direzionate. E di tutto ciò si legge sia fra gli scritti dell’Antigruppo  sia altrove, come testimoniano la rivista Nuova corrente con i suoi due numeri 88 e 89 e l’argomento portante “Poesia per gli anni 80”, e i saggi delucidativi di Enrico Testa (Il codice imperfetto della “nuova poesia”), Guido Guglielmi (Poesia e dialettica). Altre indicazioni circa l’area antagonista e dell’impegno materialista – come delle controcorrenti –  si trovano in “Poesia italiana della contraddizione “ a cura di Franco Cavallo (Contraddizione e creatività) e Mario Lunetta (Un’allegria straziata dal dolore), e negli interventi critici contenutevi  di Romano Luperini (Una nuova razionalità?), Francesco Muzzioli (Una linea alternativa), Walter Pedullà (Cambiare il mondo, cambiare la vita) e Filippo Bettini (Tendenza e progetto).

La poesia dell’Antigruppo siciliano ricorreva, come già detto sopra, alla poetica dell’impegno non senza la memoria delle bruciature lasciate dall’adesione acritica alle ideologie totalitarie e dogmatiche attraverso la testimonianza di un dibattito vivo e vivace, pluralistico e teso a far convivere più linee di pensiero e di poetica non accentuatamente sperimentali (anzi severamente critico-polemica contro lo sperimentalismo spericolato), e con una “soggettività” ancora carica di un “noi” diverso e progettualità politico-culturale alternativa. La poesia  dell’Antigruppo siciliano, volendo coniugare contenuti e forme (liberamente lasciati alla storia e alle scelte di ogni singolo poeta), ha voluto/cercato la declinazione di passato e presente in una scrittura decisamente “poco” sperimentale che, utilizzando o privilegiando stilemi più o meno aggiornati, non dimenticasse anche le ragioni dell’utopia. Un’utopia temporalizzata, ancorata ai limiti materiali del divenire storico e delle sue forme; non assorbita dalla politica corrente dei compromessi e delle mediazioni mistificatorie, e attenta alle emergenze del nuovo. L’emergenza che non poteva più essere riassorbita nelle vecchie forme della razionalità classica e deterministica (non sempre, è anche vero – bisognerebbe scendere nell’analisi dettagliata dei testi, e qui non è luogo – sono stati evitati i decadimenti declamatori e/o di vecchio stampo elegiaco-crepuscolare) nelle varie teorie e poetiche del “rispecchiamento” che incatenavano positivisticamente la “sovrastruttura” al razionale! determinato della “struttura” storicistica e della sua organizzazione fattuale. Anche l’Antigruppo siciliano respirava dunque  aria di resistenza e di innovamento, almeno idealmente, si trova nell’area nazionale più vicina alle esperienze e agli assunti culturali e poetici del filone dell’antagonismo, e della messa a punto di una prassi plurale. Basterebbe leggere, oltre i testi poetici, i vari interventi di “posizione” e “in-situazione” che sono stati pubblicati nelle varie antologie (per es. Antigruppo73 e Antigruppo 1975), nella terza pagina, diretta da Nat Scammacca, del giornale “Trapani nuova”, della rivista “Impegno70”, poi “Impegno80”, fondata e diretta da Rolando Certa e degli atti dei Convegni fra i popoli del Mediterraneo – anche questi organizzati e diretti da Rolando Certa – che si sono tenuti a Mazara del Vallo tra il 1977 e il 1984. Le “figure” dell’opposizione e dell’ antagonismo – il nuovo realismo dei bisogni delle soggettività collettive dei nuovi movimenti, l’anti-operaio “massa” ( il Vogliamo tutto di Nanni Balestrini) e anti-operaio “sociale” (la Macchina tempo di Antonio Negri), la denuncia e il rifiuto della società liberista e del consumo edonistico, la consapevolezza dell’omologazione e del fascismo democratico (Pasolini docet), la necessità del rilancio dell’utopia e delle nuove forme comunicative antiermetiche e antinichilistiche, l’uso di forme comunicative alternative e underground (recitals, ciclostile, poesie murali, editorialità cooperativa, incontri con studenti e lavoratori, ecc. ), sebbene certi richiami al mondo della grecità classica e i legami che aveva costruito Rolando Certa – , erano lì a testimoniare che l’Antigruppo cercava e praticava la linea del pluralismo oppositivo e dell’impegno  lì dove (tra gli anni 70 e 80) invece vagava una poesia del disimpegno che si proponeva ultima prospettiva ancora praticabile. Il poeta spagnolo Rafael Alberti, nell’Aprile 1982, nell’ambito del convegno Incontri fra i popoli del Mediterraneo sul tema “poeti per la pace”, tenuto a  Mazara del Vallo, quasi sintonia con la visione dell’Antigruppo, con molta chiarezza dichiarava l’obbligo dei poeti (in certi momenti), e senza per questo abbandonare la “poesia soggettiva”, di “essere la coscienza del suo popolo”; come un “giullare”  – ha detto Rafael Alberti –, in occasione di una campagna politica che poi mi ha visto deputato comunista al parlamento spagnolo, andavo in giro per le piazze ed elevavo i “problemi” che la gente mi raccontava a contenuto delle mie poesie; poesie che poi recitavo accompagnandomi con la chitarra presentandone i contenuti e i motivi come ragioni della mia campagna politica:

Ho fatto la mia campagna elettorale utilizzando soltanto delle piccole poesie che scrivevo nei villaggi dove giungevo. Co­me i giullari, arrivavo, chiedevo alla gente che cosa succede. E loro mi dicevano: qui succede che portano via le olive ai coltivatori di uliveti. Quest’anno gliele hanno pagate pochissimo. Qui non passa il treno. Qui c’è un ponte che, per attraversarlo per andare e tornare alle nostre case, dobbiamo pagare un pedaggio e per il misero salario dei lavoratori era gravoso pagare quel pedaggio. lo mi sedevo a un tavolo qualunque, in una di quelle piazze di villaggio, e su quel tema scrivevo delle vere e proprie canzoni, su un ritmo, quello della soleà, che è un ritmo autenticamente andaluso.

Queste poesie possono essere buone o cattive, come lo sono le poesie che scrivono tanti poeti soggettivi, che se ne stanno nelle loro case seduti dietro una scrivania. lo andavo in piazza e dicevo quelle poesie, accompagnato dal ritmo di una chitarra. II successo era cla­moroso. Mi dicevano in Andalusia, che io ero un po’ come il Messia e che con quelle piccole poesie avrei potuto far sollevare la gente. La gente mi gridava: Viva tua madre! Viva i tuoi coglioni! E mi porge­vano i bambini da baciare.

Insomma, io mi considero un poeta nella piazza, un poeta nella strada. Ciò non vuol dire che io rifugga dalla poesia sperimentale e, in definitiva, dalla poesia soggettiva. Ne ho fatta molta. Ho libri famosi come, Sobre los àngeles, scritti in quel modo. Ma credo che in que­sto momento terribile del mondo, mentre viviamo tra il garofano e la spada, credo che in questo momento il poeta è obbligato a essere la coscienza del suo popolo. E con la poesia si può fare tanto. Si posso­no commuovere le montagne, si può far ribellare la gente e i poeti oggi non muoiono nel loro letto. I poeti vengono fucilati.

L’Antigruppo siciliano e i suoi protagonisti, però, nonostante risonante con il clima italiano del conflitto degli anni ‘60, ’70 e ’80, e pur avendo varcato il confine regionale (vedi la rivista Impegno70 e poi Impegno80, la pubblicazione non siciliana, per esempio, dei due volumi dell’antologia poetica Oltre Eboli – la poesia dei poeti meridionali 1945-78 –  di Leonardo Mancino –; i convegni di Mazara del Vallo, che, pluralisticamente e dialogicamente, si muovevano sulla linea dell’impegno dell’Antigruppo, o la partecipazione ad altri convegni e scambi internazionali), sono stati messi da parte e quasi dimenticati, se non fosse per le “battute” di rito che di tanto in tanto si fanno sentire.

Eppure non mancavano presenze poetiche e contatti con altre voci del Meridione, del Sud d’Italia e oltre, e con soggetti – poeti e critici al tempo stesso  –  che lavoravano sia sul piano degli scambi culturali che su quello della critica, e all’interno delle istituzioni accademiche. E solo per qualche nome: Matteo D’Ambrosio (Università di Napoli), Ignazio De Logu (Università di Bari) e Giuliano Manacorda (Roma), il solo, tra gli accademici, che attenzionò forse di più l’Antigruppo siciliano, come risulta dalle sue introduzioni ai libri dei poeti Antigruppo e dalle sue presenze ai convegni “Incontri fra i popoli del Mediterraneo” che si tenevano a Mazara  del Vallo, e dalla sua Storia della letteratura italiana contemporanea 1946-1996 (Editori Riuniti, Roma 1996). Non sono mancate neppure testimonianze né altre iniziative che facessero difetto per registrare la vitalità e la validità poetica dell’Antigruppo e dei suoi poeti. Prima di tutto ricordo l’analisi dello stesso Nicola di Maio che rimane forse il documento più serio di critica sia testuale che militante. Poi Giuseppe Zagarrio (Febbre, furore e fiele 1983); Stefano Lanuzza ( Lo Sparviero sul pugno 1987); Salvatore Mugno (Repertorio letterario trapanese 1996), Mario Grasso (La danza delle gru 1999); il repertorio dei movimenti ANTI di Franco Manescalchi e la tavola rotonda (Armida Marasco, Mariella Bettarini, Gilberto Finzi, Domenico Cara, Lucio Zinna e Alberto Barbata ) sull’Antigruppo pubblicati dalla rivista Impegno70 ( anno V – VI e VII, 1975-1977 n. 19/27); le testimonianze dei tanti  intellettuali che Nat Scammacca riporta nella nota d’appendice “Ma… siamo davvero sconosciuti?!…” dell’antologia Antigruppo 1975; gli scambi culturali e poetici praticati con i poeti dell’area mediterranea e l’Europa orientale, di cui rimane sempio palpabile e interessante Trinacria Poeti Siciliani Contemporanei (prefazione di Eta Boeriu) Facla, Timisoara 1984.

Per un’accademia e una critica (non abituate all’eterodosso del molteplice), l’Antigruppo  era forse troppo “eversivo”; troppo gruppo anti-gruppo. “Felicemente disuniti”, scriveva Giuseppe Addamo nell’antologia Antigruppo 1975. Ma il gruppo antigruppo lottava e si esprimeva  non senza attenzione alla qualità della scrittura. Il pluralismo delle voci non offuscava e non faceva riporre nel dimenticatoio il problema della qualità della scrittura, e il suo impegno non era quello della santificazione di qualche figura  – come operava la logica selettiva dell’establishment editoriale, letterario-artistico e critico nazionale di quei tempi (come si era soliti esprimersi allora) –. Aspirava a ben altro di più democratico; e, tuttavia, non ebbe il “riconoscimento” sociale diffuso che ebbe lo stesso Gruppo 63. L’avanguardia che l’Antigruppo siciliano considerò totalmente sotto una luce negativa.

Il Gruppo 63 fu infatti guardato dall’Antigruppo siciliano come l’esempio del negativo contro il positivo; il movimento Antigruppo lo considerò negativamente (ma non era il solo ad apostrofarlo per il formalismo eccentrico) forse anche per imporre all’attenzione la propria nota distintiva di movimento poetico impegnato, nota che poco si confaceva con lo sperimentalismo eccentrico. L’urto nasceva e si caratterizzava per il fatto che, secondo l’Antigruppo siciliano,  le scelte linguistiche e poetiche del Gruppo 63, impedendo di miscelare la particolarità poetica con il discorso comunicativo e la “parola semantica”, rendevano impraticabile l’engagement e di conseguenza inutilizzabile il canale poetico  per la difesa dei valori della democrazia e della libertà cui aspiravano oppressi ed emarginati. Lo sconvolgimento, più di quanto lo giustificasse il fatto di essere testi di comunicazione poetica o di “scarto” rispetto alla lingua onnitestuale di base, infatti, per alcuni poeti dell’Antigruppo originario, non doveva essere tale da inficiare o annullare la comunicazione dei contenuti e dei valori alternativi, e con ciò la crescita della coscientizzazione antagonista e di classe delle masse. Erano gli anni in cui Galvano della Volpe (filosofo marxista, ma eterodosso) di Critica del gusto (Feltrinelli, Milano 1966), intervenendo nel dibattito intorno alla rinascente questione simbolismo/allegoria, differenziava la poesia dell’impegno da quella dell’avanguardia e metteva in campo l’aspetto semantico della poesia come astrazione “tipica” della logica polisemica della poesia stessa rispetto all’univoco della “scienza” o all’equivoco dell’onnitestuale della comunicazione “letterale”, mentre dall’altro lato circolava pure la posizione di Bertolt Brecht (come di altri: per es.  J. P. Sartre di Che cos’è la letteratura, che aveva posto la questione del “perché scrivere, per chi scrivere” nonché dell’uso della fenomenologia e dell’esistenzialismo come approccio concreto alla realtà e concretezza delle cose) sul realismo come una questione che non si riduce alla sola forma, al solo contenuto o a moduli specifici di osservare e poetare.  Brecht  diceva, infatti, e scriveva che “La realtà stessa è ampia, varia, piena di contraddizioni; la storia crea e rifiuta modelli. […] A proposito delle forme letterarie bisogna interrogare la realtà, non l’estetica, neanche quella realistica. La verità può essere taciuta in molti modi e in molti modi dichiarata.  Noi deriviamo la nostra estetica, così come la nostra moralità, dai bisogni della nostra lotta”.[11] A volte, però, per i poeti siciliani antigruppo, il realismo era una pratica poetica che non camminava di pari passo con gli effetti di “estraneazione” che lo stesso Brecht aveva introdotto e voleva, se Gilberto Finzi, nella tavola rotonda,  dedicata all’Antigruppo siciliano e all’underground, evocando lo spirito del giullare giocato nel “Palazzo evocato da Pisolini” disse che quei poeti erano “troppo” realisti:

[…] Nel Palazzo evocato da Pasolini nelle `sue infernali immaginazioni barocche non entriamo se non come giullari: sta a noi rimanervi, ben nutriti coi resti della tavola dei Grandi, oppure uscirne coi significanti inutili del suono/ritmo/ verso. Sta a noi accettare o rifiutare. […] Comunque, Anti o no, sono del parere che il meglio della cultura/poesia italiana è sempre stato fatto fuori dei « gruppi »: anche quando questi si sono detti « An­tigruppi ». E nonostante ciò, e subito contraddicendomi, credo che il vostro antigruppo sia stato un modo di sopravvivere, e un onesto modo di tenere contatti per chi come voi viveva in pro­vincia. Decentrare la cultura? Un mito, come i decreti delegati, come le regioni. Ma questo è un altro discorso: ho seguito, come ho potuto, da impotente lettore, da fasullo operatore di cultura, anche il vostro crescere di gruppo/antigruppo. Me ne son nascostamente compiaciuto, ho imprecato alle vostre poesie troppo realiste e poco consumate «dentro» il linguaggio e ho sperato (spero) in un imperfetto movimento di nuova sperimentazione che ci accolga tutti, diversamente, singolarmente, in un’attività, un « fare », che sia finalmente di tutti  per tutti.[12]

Il Gruppo 63, così –  giudizio dell’Antigruppo siciliano – considerato chiuso nella sola ricerca e sperimentazione poetico-formalistica, era perciò stesso ritenuto incapace e responsabile di un mancato impegno dei poeti e degli intellettuali a interagire con le masse lavoratrici e i non intellettuali della vita quotidiana per un loro salto di qualità di vita alternativo. I loro giochi linguistici di piccolo-borghesi aristocratici erano, infatti, sebbene dentro la crisi del linguaggio e il linguaggio della crisi come anima stessa del fare poetico, ai limiti del delirio logico e sintattico e della stessa frantumazione morfologico-lessicale, e tali che non avrebbero consentito né coscienza né prassi rivoluzionaria. Non potevano comunicare con nessun soggetto per costruire quel “noi” sociale nuovo della soggettività plurale e collettiva che si profilava all’orizzonte  dopo la crisi dei “modelli” politici forti, ma rivelatisi mistificatori. Il noi nuovo e plurale, di cui ancora non c’era piena consapevolezza e che costituiva l’alternativa all’individualismo borghese che il “pensiero unico” degli anni già in corso invece rilanciava con forza sulla scena mondiale: il teatro dominato dal neoliberismo e dalle multinazionali della fame e delle guerre. I nuovi soggetti della sperimentazione formale, e poeti criticati, anche se ironici e dissacranti per molti versi, nati dalla demistificazione e letterariamente agguerriti, cercavano sì nuovi linguaggi e nuove forme espressivo-comunicative oltre i possibili affossamenti o le resistenze delle ideologie cristallizzate, ma non potevano tuttavia aspirare, secondo l’angolo visuale dell’Antigruppo siciliano, a cambiare la storia desemantizzando la comunicazione stessa. La poesia, desemantizzata o fra le braccia della metafisica o di un’ontologia disincarnata, che usava il linguaggio solo come oggetto e gioco linguistico, come se tutta la realtà si esaurisse nel simbolico della lingua, non poteva suscitare un vasto coinvolgimento etico-politico di quei soggetti che nella quotidianità dell’esterno avevano a che fare con la semantica socio-politico prima che estetico-artistica; se il cerchio si chiudeva producendo testi che, nonostante ironici, demistificanti, critici, rimanevano fruibili in ambito piuttosto ristretto (si legga in proposito la posizione di Santo Calì, espressa nella presentazione di Antigruppo73, nei confronti delle “descrizioni” di Roversi), quale poteva essere solo quello degli stessi intellettuali “tecnici” della parola ma non quello della “massa” o dei soggetti di generica formazione, quale nuova soggettività antagonista diffusa potevano pretendere di mette in piedi?  Ma il linguaggio della poesia e la ricerca di forme alternative non ha soluzione né soluzioni ultime…e rimane sempre una questione aperta sia che l’alter oltre il confine di certe scelte poetiche siano gruppi di diverso orientamento che gli “attivisti” e le “massaie” di Lenin/Calì, richiamati nella conversazione a distanza con Roversi da parte dello stesso poeta catanese Calì.

Sul versante della “poetica”, Nicola Di Maio (di Castelvetrano), così, riferendosi al Gruppo 63, scriveva che

Quando una letteratura decide volontariamente di “suicidarsi”, nel senso che taglia i ponti col reale affermando una sua aristocratica auto-sufficienza o, che è lo stesso, la sua sostanziale incapacità ed incompetenza («neutralità») ad agire sul piano della prassi e sceglie, equivocamente, di muoversi nell’ambito di una “ontologia della separatezza” chiaramente emergente dal rifiuto dell’ideologia come momento di mediazione critica e, ovviamente, conoscitivo – ma nel senso lukacsiano della dialettica di fenomeno-essenza – del mondo, dalla sua carcassa in avanzato stato di decomposizione, inevitabilmente, affiora il vuoto, l’ambiguità e il silenzio – la “complicità”. La crisi dei contenuti, infatti – che di questo, in fin dei conti, si tratta – ripropone un’operazione culturale ambigua e priva di connotazioni precise che trova ragioni di stentata sopravvivenza in un formalismo astratto e colpevole nella misura in cui, volutamente, rifiuta di caricarsi di una tensione dialettica che è già, in sè, coscienza autocritica del mondo e, in ultima analisi, assunzione di responsabilità. Questa letteratura della irresponsabilità e della fuga, se da un lato rimanda ai meccanismi tipici degli stati nevrotici (elusione, sublimazione, ecc.) e, in genere, delle “insicurezze ontologiche” (nella accezione del Laing), dall’altro lato, nel momento in cui rifiuta, appunto, un approach con il mondo e con le cose e pronuncia la sua orgogliosa e distaccata epochè, scopre la sua sotterranea radice aristocratica-romantica in cui perfettamente si innesta il solipsistico monologo mistificante della scrittore-talpa (inutile) e il suo degradante universo masturbatorio di inconsistenze quotidiane. [13]

Anche Pietro Terminelli, nel quadro della restaurazione complessiva che si giocava in Italia negli anni Settanta, riferendosi al Gruppo 63 come a dei “sopravvissuti”, ne rilevava

la negatività programmatica di materiale linguisticamente di inerzie, formalizzazioni o controsensi di neoavanguardia di stretta misura borghese […] la deiforme compresenza del letterato aristo­cratico alle prese con l’alchimia e gli alambicchi intellettuali.[14]

Il poeta Rolando Certa, un altro dei fondatori dell’Antigruppo siciliano, invece, amava dire che la poesia del <<nuovo impegno>> doveva praticare “resistenza” e agire per muoversi verso un “umanesimo integrale” cercando di recuperare l’universalità dei valori; quelle convinzioni/credenze comuni, assunte a verità certe, che la sua stessa storia aveva messo a punto e che, pur fra dubbi e relatività di posizioni storiche, rimanevano presenti nella coscienza delle persone, e mediarle con linguaggio “facilmente comprensibile”. Posizione certamente metafisicizzante quella dell’universalità dei valori dell’umanesimo idealistico, non coerente con il divenire delle dinamiche temporali e concretamente storiche di un agire  e pensare materialistico e marxista; era però soprattutto critica di resistenza e opposizione all’esistente e il tentativo, come già aveva fatto J. P. Sartre di “esistenzialismo è umanismo”, di non lasciare le idealità e le utopie dell’umanesimo al pensiero borghese e di veicolarle verso masse più vaste e non privilegiate attaccando le “Ideologie del nichilismo” che, secondo la posizione di Antonio Saccà (presentato da Rolando Certa con L’esame di coscienza di  un intellettuale degli anni ’70 in <<Impegno70>>, III,  8/11, 1973, pp.17-21 e 22-26) stavano prendendo piede e ponevano l’alternativa “o nichilismo o socialismo” ; e da ciò il bisogno, secondo il poeta Certa, di praticare quindi un impegno comunicativo con scelte linguistiche che non operassero una netta divisione tra contenuti e forme, cultura materiale ed elaborazione spirituale/formale, perché i significati/valori, nella comunicazione, non sono per niente dei “fatti” o dei dati neutrali, generici o inessenziali, né le forme rimangono solo forme. Se la lingua non è accessibile, pur nella peculiarità del linguaggio  proprio della poesia, si rischia di naufragare e di rimanere lontani da quei soggetti sociali emarginati e/o imbottiti di reificazione e feticismo; soggetti con i quali invece si vuole condividere un comune destino di lotta al sistema e una speranza di qualità della vita degna dell’umanesimo di cui ci si dichiara eredi. Così Rolando Certa, agli inizi degli anni ’80,  nel riprendere la pubblicazione della rivista, rilanciava sia il discorso della resistenza che dell’impegno –  sempre più urgente – per una Sicilia dove la lotta per il rinnovamento poteva contare su forze oppositive emergenti; e il rilancio avveniva riconfermando la storia di avanguardia della rivista degli anni di <<Impegno70>>. Una avanguardia che aveva comunque cercato contatti sia oltre lo Stretto di Messina sia oltre lo stivale geografico dell’Italia. Le ragioni dell’avanguardia, in Sicilia, non erano venute meno:

Dopo oltre due anni di stasi, ma non di silenzio, la nostra rivista riprende le pubblicazioni col nuovo titolo di «Impegno 80». […] Una rassegna che cercò di riprendere con entusiasmo e vigore il di­scorso delle avanguardie culturali e, quindi, dell’impegno, in una dimensione, quella siciliana, dove i problemi sociali, economici e culturali erano gravi, insoluti e tali sono rimasti. Una ter­ra, la Sicilia, dove gli uomini si guardano con diffidenza, dove la sfiducia e l’amarezza serpeggiano e diventano […] A volte rinuncia, apatia, riflusso. […] «Impegno 80» vuole essere e rappresentare un nuovo atto di Resistenza, che speriamo possa avere il respiro del decennio or­mai cominciato. Sarà quindi una voce di opposizione. Ma non basta essere opposizione. Occorre prima di tutto diventare co­scienza degli uomini e della storia e cercare di aggregarsi politi­camente e culturalmente. La divisione settaria, imperniata su in­teressi categoriali e su appetiti di gruppo, è deleteria; specie nel mondo delle lettere e delle arti quando narcisismo e schizofrenia si associano per dare luogo a sterili polemiche e a insulsi giuochi formalistici e spingono alcuni gruppetti velleitari in cerca del potere senza accorgersi che tutto intorno a noi si degrada sem­pre di più, o si f a deserto, fuga o evasione.

[…]

Ebbene, pur fra non indifferenti contraddizioni e difficoltà oggettive e di altra natura, in Sicilia non sono mancati i tentativi di avviare un discorso culturale aggregante, fondato sul plurali­smo, sulla democrazia e la libertà. Artefice di questo movimento è stato e continua ad essere soprattutto l’Antigruppo, che ha cer­cato di valorizzare le espressioni della cultura locale, non solo, ma ha aperto un dialogo proficuo con intellettuali che rappresen­tano la cultura democratica o/e alternativa in Grecia, Iugoslavia, Inghilterra, Stati Uniti, Ungheria, Romania, Polonia, Francia, Austria ma anche, ovviamente, con gli intellettuali italiani in sen­so lato, dell’area meridionale e degli epicentri più avanzati del Nord, quali Bologna, Firenze, ecc. Sono così nati scambi culturali proficui e significativi, anche se dalla Sicilia c’è stato chi ha la­vorato per la solidarietà e chi per la divisione e la confusione.

[…]

Il nostro, come si può notare, vuole essere quindi un picco­lo, essenziale bilancio del nostro fare, pieno di limiti oggettivi ma anche di speranze non soffocate. […] È appunto perché viviamo in una dimensione sociale in crisi endemica che maggiore deve essere il nostro impegno per cam­biare le cose. La vitalità esiste ed anche la possibilità di collega­re le energie. Si tratta di capire la realtà, le tendenze, riappro­priarsi del senso della terra ma anche della storia. E di fare emergere, fare uscire dal chiuso del profondo i linguaggi degli uomini. In questa direzione la nostra rassegna si riconferma uno strumento d’avanguardia che si prefigge di valorizzare i linguaggi artistici in funzione del riscatto dell’uomo, dell’affermazione del­la sua civiltà, sempre in bilico e sempre contraddetta, ma distin­guendo anche ciò che è formalismo da ciò che è sostanza dell’esi­stere e del fare. In questo senso bisognerà aprire al più presto possibile una indagine e un dibattito non solo sulle nostre problematiche sociali ed esistenziali, ma sul concetto stesso di «avan­guardia», che va rivisto e riconvertito dopo lunghi anni di inutili e tardivi epigonismi. Tranne che non si voglia circoscrivere l’arte e la letteratura nella zona franca delle cose che dicono e non di­cono e possono formare oggetto di facile omologazione. Noi non crediamo a questo tipo di sperimentazione che è giuoco mortale e ci allontana dalla vita, dalla storia passata e presente. Crediamo ancora che l’arte e la letteratura debbano esprimere non solo la faccia ma anche l’intima natura dell’uomo. Il linguaggio quin­di come uno strumento essenziale di conoscenza, che scava e non solo registra; ma non solo di conoscenza, ma anche come fatto che rinnova. Ecco perché crediamo nella quantità ma, anche nella qualità, e vorremmo che questi due elementi divenissero sempre più interdipendenti.[15]

I riferimenti e le allusioni al vecchio Gruppo 63  sono evidenti. Eppure, tutto sommato, il Gruppo 63 non era stato completamente accetto neanche allo stesso establishment. I suoi attori avevano infranto la sacralità delle istituzioni letterarie e quella della poesia “pura” dell’<<io>> lirico – la poesia “anacoreta” di G. Benn –, ridicolizzato la funzione sociale del poeta – <<ridotta a quella di manipolatore di una presenza assurda, insituabile nella realtà, come è insituabile nella realtà la presenza dei fantasmi. […] Bisogna anche avere il buon senso di capire che il poeta è diventato un animale sociale per puro amore verso la società. […] Il poeta si sente in dovere di assumere su di sé a tutti i costi (clown, pseudosciamano, scemo del villaggio, folle di Dio ecc.) il ruolo di manipolatore del fantasma […] l’unico spaventapasseri che possa ridicolizzare il ribrezzo (borghese) per ogni negazione sostanziale dei “valori” >>[16] – e dato sfogo alla ricerca e alla sperimentazione fino all’esaurimento della stessa poesia d’avanguardia come poesia da “museo” di Edoardo Sanguineti e a fare dello straniamento linguistico un tema poetico:

La crisi di linguaggio, come crisi critica (come critica del linguaggio, insomma), intendeva esprimere, nell’intenzione di poetica (né tocca a me, ovviamente, discutere il risul­tato), uno stato «oggettivo» di alienazione, che, in quanto partecipato di­rettamente, e, per l’appunto, sinceramente, si metamorfosava intanto, lun­gi dall’essere rimosso, in senso «soggettivo», come «esaurimento», offren­do le più ricche possibilità di rispecchiamento. Lo straniamento si voleva e, credo, si doveva sperimentare, in primo luogo come straniamento, non della poesia (anche se questo era, evidentemente, il rischio necessario da affrontarsi: ma è un rischio comune a ben altre, e ben più cautamente fon­date, posizioni di poetica), ma da una poesia, storicamente concreta, da una poetica letteraria, da una idea della lirica. Una poesia autre doveva docu­mentare e rispecchiare, presentandosi, nella cronaca polemica, come un diverso dalla poesia assolutamente intesa, lo straniamento posto in re, a parte subjecti e a parte objecti, nella dialettica storica. Quegli effetti sovra­strutturali che la crisi di un linguaggio dato dimostrava nelle altre arti, sot­to la specie di una crisi del linguaggio, erano per me da ritrovarsi nei con­fronti di un linguaggio poetico (o meglio di una pluralità di linguaggi sto­ricamente offerti), nella speranza, come mi avvenne di dichiarare altra vol­ta, di «fare dell’avanguardia un’arte da museo»: con un’espressione, devo concederlo, assai più suggestiva che perspicua. Si trattava per me di supe­rare il formalismo e l’irrazionalismo dell’avanguardia (e infine la stessa avan­guardia, nelle sue implicazioni ideologiche), non per mezzo di una rimo­zione, ma a partire dal formalismo e dall’irrazionalismo stesso, esasperan­done le contraddizioni sino a un limite praticamente insuperabile, rove­sciandone il senso, agendo sopra gli stessi postulati di tipo anarchico, ma portandoli a un grado di storica coscienza eversiva. […] Era insomma la descrizione di uno straniamento sofferto con la coscienza dello straniamento, e anzi di uno straniamento inoculato volutamente, se possibile, in dose particolarmente massiccia, a scopo analitico-sperimentale: patetico e patologico erano termini che agivano in stretta congiunzione tra loro e con una coscienza che, a non dire altro, conosceva, del patetico e del pa­tologico, la congiunzione etimologica. E parlo di etimo storico, e non di semplice etimo filologico: parlo nel senso radicale (strutturale) del mate­rialismo storico.[17]

La parola d’ordine era lo scontro frontale con il linguaggio e la comunicazione della tradizione poetica che,  ormai, non in linea con la nuova realtà, rifletteva una situazione alienata e conservatrice. Gli strumenti, per molti o alcuni di loro, oltre all’ironia e alla dissacrazione del sublime poetico, erano l’uso del parlare quotidiano, il lessico basso e ricco di ambiguità e humour popolareschi; erano anche gli interventi distruttivi sul corpo della parola e della sintassi, convinti com’erano che la distruzione dei significati, la miscela e la trasgressione linguistica potessero capovolgere la realtà e recuperare l’uomo nella sua interezza, passando attraverso l’esercizio sul significante e la sua s-composizione sintattica.

Il Gruppo 63, alla vista e all’analisi dei siciliani, così non dava nessun contributo per la crescita alternativa e una pratica erosiva e disgregante l’integralismo borghese; e chi aveva bisogno di uscirne, ma non era in possesso di strumenti di demistificazione critico-estetica, così rimaneva scoperto e incapsulato. La forma oppositiva del  Gruppo 63  quindi appariva dannosa per la crescita delle “coscienze” rivoluzionarie che, acquisita un’adeguata conoscenza, avrebbero dovuto invece attivare le nuove forme dell’antagonismo e far esplodere le contraddizioni finora rimaste imbottigliate. Nessuna disorganizzazione linguisito-formale e asemantica invece era di aiuto per sbrogliare e aggredire le contraddizioni del reale reificato e provocarne il rovesciamento. L’equazione linguaggio=realtà non reggeva: svuotando il linguaggio non si modificavano i rapporti di potere e di dominio di classe. In quegli anni fra l’altro il paese Italia, dal Nord al Sud, era impegnato nella creazione di una lingua nazionale standard e comunicativa, e tutt’altro che disponibile a rimescolare valori e cavalcare ideologie alternative a quelle della cultura del mercato e dell’umanesimo pacificante. Nella presentazione dei due volumi di Antigruppo73, Santo Calì ha perfettamente descritto il ruolo che la scuola rivestiva nel compito di standardizzazione linguistico-comunicativa che gli era stato affidato: nessun deragliamento dalle linee stabilite dai programmi in vigore, e nessun sconto per lingue diverse dall’italiano standard. La lingua, infatti, non è fatto neutro ma mediatore, simultaneamente, di consenso e assimilazione dei valori di cui viene caricata in tutti i suoi elementi. Il sistema, modellato sulla matrice cristiano-borghese-liberale della fratellanza divina e dell’eguaglianza astratta del diritto universale borghese, era così soprattutto impegnato a conservare se stesso; e nei momenti cruciali per la propria sopravvivenza, infatti, non ha esitato a  criminalizzare il dissenso per difendersi e consolidarsi attivando su larga scala varie strategie disciplinari e “strategie della tensione” in nome della democrazia (?) e della libertà (?); in ogni angolo e occasione ha così creato terroristi di sinistra e messo a segno golpes per ripristinare l’ordine! L’Italia, il Cile di Allende e altre zone calde del mondo così hanno visto l’eversione di destra trionfare tra il “ripristino” dell’ordine di parte e il nascere delle dittature militari.  I poeti siciliani –  di quella ventata di rinnovamento oppositivo – allora si qualificarono come antigruppo e si contrapposero al Gruppo 63.

 

 

 L’ANTI-gruppo come “impegno”

 La poesia dei poeti dell’Antigruppo esprimeva una negatività ANTI (come si legge nei loro documenti editi) netta e chiara nei confronti di ciò che stava intorno o che saliva a galla con tutto il bruciore e la rabbia di chi non sopportava più neanche l’artificiale armonizzazione del GRUPPO delle nuove generazioni di letterati di fine secolo. I nuovi “gruppi”, i cui singoli autori fra l’altro si riconducevano a poetiche e ideologie diverse – notava Edoardo Sanguineti –,  non avevano, come le vecchie avanguardie di inizio di secolo, un vero e proprio programma di impegno totalizzante “che si presentava in forma di manifesto o tramite dichiarazioni impegnative di singoli autori”.[18]

La negatività ANTI condizionò le scelte tematiche e linguistiche diverse (non aliene dal sarcasmo e dall’osceno desublimante e critico, non solo polemico) dei poeti Antigruppo. Di là delle differenze, la lotta alla falsa coscienza e la demistificazione diventarono oggetto di comune riflessione e materia di rielaborazione poetica anti-sistema. L’oppressione e lo sfruttamento sociale, esercitati o no che fossero dalle istituzioni e minimizzati dal perbenismo ideologico dei suoi rappresentanti culturali o dai gruppi di potere clientelari e mafiosi, diventarono chiari segni di una coscienza anti-ordine costituito anche sul versante del letterario-poetico. La diversità e la pluralità dei poeti antigruppo, pur legate a una visione impegnata della poesia, perché vivo e concreto doveva essere il rapporto dell’arte con la realtà e i bisogni degli uomini nella concretezza storica dell’azione, in sintonia con atteggiamenti e dichiarazioni di critica dissonante, non sempre però si sono composte dialetticamente. Polemiche interne – Nicolò Di Maio vs Rolando Certa – e la frattura del ’73 Intergruppo Palermo (Pietro Terminelli, Nicola Di Maio e Ignazio Apolloni) dell’Antigruppo, e poi Intergruppo-Singlossia (Ignazio Apolloni) ne sono piena e viva testimonianza. Ma questo dopotutto era il rischio di chi aveva deciso una scelta anti, appunto; perché si stava tentando un’esperienza di pluralismo ideologico e linguistico (anzi intersemiotico, se si pensa agli esperimenti dei testi non solo verbali di parte dei componenti del movimento) al di fuori della mentalità riduzionistica delle vecchie poetiche dipendenti dal “credo” del testo del logos solo verbale.

La negatività ANTI dell’Antigruppo, pur con richiami sommessi a posizioni dellavolpiane, si esprimeva più nell’IMPEGNO che nell’AVANGUARDIA. Ne la Critica del gusto (Feltrinelli, Milano 1979), il filosofo marxista Galvano della Volpe diceva di non credere che “l’avanguardia, anche nei suoi aspetti migliori, si opponga alla società capitalistica”[19] perché le sorti dell’arte erano giocate sul piano sensualistico delle forme, sul terreno idealistico delle soggettività creatrice e dell’individualismo molto esasperato: un’antitesi cioè tutta interna al sistema stesso che si voleva rovesciare. Noi pensiamo, invece, scrivevano i poeti dell’Antigruppo, di puntare sul  noi e di

proporre un’arte “anti che sia soprattutto di liberazione della poesia e dell’arte in genere da strutture corporative e da fenomeni di poteri industriali e capitalistici. In fondo per noi arte resta come impegno, non di una astratta lotta al sistema dei poteri, che crea inevitabili equivoci e compromessi, ma di una lotta ancorata ad una sofferta ed autentica visione dell’uomo, che vediamo costretto nel congegno dei poteri. In fondo l’arte, nella quale crediamo sostanzialmente, si diversifica da una massificazione, perché un’arte massificata perde la sua forza di penetrazione e la sua capacità rivoluzionaria di interpretare, capire la realtà sociale nuova esistente e di promuovere modificazioni per una realtà sociale nuova i cui contenuti riflettano la dignità e la libertà umana. Si diversifica, altresì, da un’arte aristocratica, che, nella sua finalità di evasione, manifesta il suo disimpegno, riducendo la portata umana dell’arte stessa ad un gioco vacuo di moduli musicali e arcadici.

Il nostro impegno d’arte vuole in sostanza essere un colloquio diretto con tutte le latitudini.

Per la poesia che noi proponiamo è essenziale perciò il fatto comunicativo […]. Per questa ragione l’ “anti” respinge la strutturazione meccanicistica, sperimentalistica, specialistica dell’arte di gruppo, perché essa resta incapace di fare un colloquio, impossibilitata a tradurre in immagini concrete qualunque tipo di discorso. […]. Pertanto la fantasia rimane come elemento che sa cogliere il reale nella sua essenzialità per universalizzarlo nei suoi valori umani e sociali[20].

La critica di “sensualismo ” delle forme però non risparmiava neanche il tipico del visivo/visuale e/o concreto della poesia che, tra il “verbale” e il “non verbale”, cercava di adeguare la scrittura poetica alle perfomances della tv e della comunicazione massmediale che sfruttavano la suadente seduzione del mondo delle immagini sempre più iperrealistiche e intriganti. La stessa poesia visiva et alia non erano immuni dallo sperimentalismo che, ormai, metteva in forse il confine tra la poesia stessa e l’arte come generi specifici. La convinzione di coinvolgimento a largo raggio di chi batteva questa strada “poetica” non era meno idealistica e individualista di quella dello sperimentalismo solo verbo-linguistico. La costruzione del “noi” oltre la soggettività delle singole singolarità, considerato che le aggregazioni ideologiche perdevano terreno, se non considerate superate, anche in questi luoghi rimaneva un inconsueto.

Il ricorso all’immagine, o capacità di dar corpo rappresentativo ai concetti e alle idee del dissenso per coagularvi il discorso della comunicazione intersoggettiva con i limiti e l’usura del verbale, sembrava essere, simultaneamente, così un terreno di incontro, di differenziazione ma anche di opposizioni nette. Le ragioni delle divergenze erano anche, però, la misura di un’insufficiente elaborazione teorico-analitica dei movimenti in polemica, e ciò, forse,  per difetto di coerenza e chiarezza di presupposti; riferiti alle emergenze che affioravano dalle sperimentazioni e dalle simulazioni e dalle riflessioni sui nuovi saperi –  che mettevano in discussione i modelli culturali della razionalità classica –, necessitavano infatti di nuovi presupposti teorici in grado di supportare il portato del rinnovamento estetico.

In fondo l’iconicità visuale-visiva e/o concreta, di certa poesia sperimentale, non metteva in discussione neanche il comune riferimento al paradigma occidentale della cultura del “vedere” come rappresentazione catturante l’oggettività della realtà da parte di un soggetto che rimaneva ancora spettatore più che co-costruttore, co-determinate e co-operante. In fondo l’aspetto figurativo-percettivo nella poesia verbale tradizionale c’era sempre stato sotto varie forme: metafore, allegorie, icasticità, “iconicità del significante”, “poetica degli oggetti”, ecc. Né tanto meno la poesia sperimentale, giocata sia sul registro visivo e/o linguistico-asintattico, con tutti i risvolti teorico-pratici che l’assunzione del modello comportava, pur sottolineando i poeti la capacità di sottrarsi alla facile manipolazione dei testi visivi per il loro stesso statuto di ambiguità e indeterminazione, evitava l’inglobamento nel meccanismo del mercato; l’esigenza della poesia di rottura dei vecchi schemi rimaneva così solo “pretesa” di “disturbo” dei meccanismi percettivi omologati e omologanti dalle pratiche integrate e integranti in corso. Il mercato del consumo (si sa) manipola e svitalizza i prodotti eterodossi come merce sul mercato, finendo così col neutralizzare le forme dissidenti e rendendole funzionali al proprio funzionamento.  In questo senso pensiamo che non vada dimenticata la lezione della microfisica del potere di M. Foucault; il potere che nel sapere trova la chiave dello stravolgimento e del riassetto di marcia integrata rassicurante: rimaneggiando un’espressione einsteiniana – d’altro contesto: la sfida tra ordine probabilistico e deterministico che impegnava i massimi teorici della fisica quantistica del primo trentennio del Novecento –, si potrebbe dire: “Sottile è il Signore, ma (non è) malizioso”

La diversità nell’Antigruppo non tocca, in ogni modo, solo gli stili e l’uso, più o meno criticamente controllati, della tecnica retorica, il linguaggio e il lessico (lessico e stereotipi del quotidiano parlato e popolare, andamento discorsivo e comunicativo del verso, ecc.), l’organizzazione sintattica e strofica del verso, le forme e i contenuti per cui aveva polemizzato con il Gruppo 63; tocca pure un aspetto, che sembra paradossale ma non lo è, in cui si può riconoscere un destino comune che li attraversa entrambi: la presenza di correnti di pensiero diverse. Il Gruppo 63 camminava sul pensiero fenomenologico di Renato Barilli, sulla corrente “aideologica” di Angelo Guglielmi e sul materialismo storico di Edoardo Sanguineti. Nell’Antigruppo siciliano si incontravano invece il pragmatismo americano di Nat Scammacca, i libertari e il marxismo occidentale. Nat Scammacca, infatti, nella sua Una possibile poetica per un Antigruppo diceva

Che la poesia sia principalmente una ricerca dell’esistenza e dell’uomo nella esistenza, con l’intento di scoprire una strada pragmatica che migliori cioè le possibilità per la sopravvivenza dell’uomo per la creazione di scopi valevoli per continuare l’esistenza. Che l’uomo trovi eventualmente la sua eternità nella stessa esistenza e non annulli se stesso nella incomunicabilità, nel nulla, nel silenzio[21].

Al marxismo gramsciano, sartriano, brechtiano e lukácsiano, in senso lato, si rifacevano invece Certa, Decidue e Di Maio. Rolando Certa, in una lettera diretta a Gabriello Montemagno, e pubblicata sul n. 19/27 di Impegno 70, scriveva:

Certamente ti sei reso conto come esistono all’interno dell’Antigruppo sostanzialmente due linee o due anime: una populista e democratica rappresentata da Scammacca, Calì, Cane, da me, Diecidue, Navarra, Giubilato, Butera, Petix, Bonanno, Di Maria, ecc. e l’altra neo‑sperimentalista rappresentata da Apolloni e Terminelli (che non ha voluto accettare alcun dialogo). All’interno della linea populista e impegnata, vi è una componente libertaria ed una gramsciana. Io e Diecidue specialmente ci siamo sforzati, attraverso la rivista «Impegno 70», di recuperare – in omaggio al pluralismo delle idee e delle forme – la componente libertaria ad un discorso marxista per un’azione politica e culturale impegnata, di massa.[22]

L’ideologia e il linguaggio dei poeti dell’Antigruppo non erano dunque uniformi né privi di istanze quanto meno problematiche se non contraddittorie. Le scelte linguistiche, tecno-poetiche e le esigenze del movimento, legate, come diceva Nat Scammacca, al comportamento della cosiddetta <<etica altruistica>> – che  doveva amalgamare gli under –, non sempre andavano di pari passo con i termini della resa artistica. La qualità della scrittura, sebbene attenzionata, diventava quasi un’opzione dipendente dalla reciproca critica possibile e dal fatto che non doveva, forse, scavalcare l’attacco prioritario, facilmente leggibile e comunicabile, contro l’establishment.

Lo scrittore under viene continuamente bersagliato, gli si grida da tutti i lati che è uno scrittore privo di qualità letterarie e che non lo si può prendere sul serio. Queste critiche naturalmente giungono dall’establishment. Ma, la questione qualità, nel mondo under antigruppo, va presa secondo un rapporto altruistico. Un antigruppo non può concepire che un altro scrittore qualitativamente valga più o meno di lui, in quanto una cosa comune dell’Antigruppo è la carenza di qualità nell’esprimersi poiché fa parte dell’Antigruppo anche il sottobosco. Non quel sottobosco che subisce ed è disposto a ripetere ciò che gli dice il centro per ottenere le briciole che questo gli lascia, bensì quello strato di scrittori e di poeti che il centro ignora completamente. Si sa, dunque, che non è questione di qualità e che tutti hanno il diritto di esprimersi. Infatti, dovendo dare la precedenza, in caso di pubblicazione, è giusto portare avanti il più modesto degli scrittori, il meno bravo; se l’under non può offrire almeno questa garanzia ai più piccoli, esso, come movimento, sarà una copia dell’establishment. Non per questo lo scrittore under non ha l’obbligo morale di cercare di migliorare ciò che scrive perché è eticamente doveroso sia per riguardo verso i lettori che per sé stesso. È giusto che gli under si critichino e si esortino a vicenda, non allo scopo di sottomettere gli uni agli altri, ma per aiutarsi a vedere meglio in se stessi. Così, dentro lo tesso movimento under, possono coesistere anzi coesistono forze opposte, quella centrifuga e quella centripeta; quelli che insistono per un miglioramento di qualità e quelli che non si lasciano condizionare. [23]

Non avendo individuato “uno/lo” specifico estetico-poetico e la/-e forma/-e per una funzione ideologistico-tradizionale, e perché nessuna forma linguistica di nessuno doveva essere limitata – tutti avevano diritto ad esprimersi –, l’Antigruppo rigettò le gabbie di un manifesto poetico “classico” e, senza abdicare alla qualità della scrittura ( Da Scammacca a Certa non mancano prese di posizione su questo punto, come sul bisogno di rivedere il concetto di “avanguardia”), in nome della pratica di una democrazia orizzontale, ha cercato di districarsi sul piano della rese linguistico-verbali variamente diversificate, pagandone in certi casi anche lo scotto. Una poetica determinata era considerata un fatto antidemocratico, illiberale e soprattutto individualista “di gruppo” piuttosto che coerenza di una visione alternativa decentrata e inclusiva. In un contesto in cui il “nuovo realismo” politico esigeva l’oltrepassamento dell’angolatura ideologica intimista delle scelte private e individualistiche, occorrevano scelte e pratiche “comunicative” che facessero individuare chiaramente la dimensione anche “pubblica” e “materialistica” collettiva delle scritture poetiche di classe, o generalmente antagoniste, puntando su forme linguistiche non particolarmente sperimentali e dentro le griglie dei diversi settori, riconoscibili, della retorica poetica. E ciò se tiene presente che il nuovo realismo richiedeva la pratica di una ideologia plurale. L’antagonismo – che non era infatti peculiarità solo di chi, nell’organizzazione della lotta di classe e nella ribellione all’ordine esistente, si muoveva con una certa dimestichezza con la lingua poetica e la sua storia – doveva e poteva trovare anche legittimità espressiva nelle forme meno elaborate di chi non godeva di una simile “tradizione”, ma sicuramente era capace di costruire egualmente testi poetici validi. Ma tutto ciò – questa pluralità che miscelava posizioni politico-ideologiche diverse e correlate espressioni poetiche sul piano dell’elaborazione formale, a volte più bizantineggiante e vivace che litigiosa e provinciale – non impediva ai poeti siciliani dell’Antigruppo di riversalo (se n’era convinti) in una scrittura poetica facilmente comprensibile a tutti. E ciò perché l’elaborazione “retorica” della forma del testo di poesia, controllata in funzione della comunicazione poetica stessa e del suo rapporto con una categoria di destinatari più ampia possibile, camminava di pari passo con i temi la cui individuazione non era lontana dalla portata dei più (a maggior ragione dei pochi): realtà e verità delle tematiche correvano infatti per le vene di tutti in quanto, comunque e in ogni direzione, ne coinvolgevano l’esistenza come fenomeno storico, sociale, psicologico, culturale.

Brecht, negli scritti di Popolarità e Realismo, sosteneva che in una comunità di oppressori e oppressi, di sfruttatori e sfruttati, di ingannatori e ingannati, dove sono aumentate le sofferenze e le persone che soffrono, ancorati a una concezione realista dell’arte, occorre affermare la verità con urgenza. Ma occorreva anche, come dimostrava con la sua pratica scritturale, un certo stile estraniante. Il realismo non è una questione di sola forma o di moduli specifici da osservare. Lo dimostra il caso di Rilke che “non è popolare”. Nell’arte e nella poesia la popolarità e il realismo possono essere espressi e comunicati in forme insolite. Per il marxista Brecht, le “forme insolite”, dunque, non erano pregiudizievoli  per possibili scritture poetiche variamente impegnate. E l’ “insolito” è certamente parola/categoria piuttosto sfumata e pertanto non funzionale a chiusure e giudizi censori:

Che un’opera letteraria sia o no popolare non è una questione formale. Non è affatto vero che per essere compresi dal popolo si debbano evitare le espressioni insolite e assumere soltanto punti di vista consueti. Non è nell’interesse del popolo conferire un potere dittatoriale alle proprie abitudini (in questo caso alle proprie abitudini di lettura). Il popolo capisce le espressioni audaci, approva i punti di vista nuovi, supera le difficoltà formali, quando ci sono in gioco i suoi interessi. […]

La realtà stessa è ampia, varia, piena di contraddizioni; la storia crea e rifiuta modelli. […] A proposito delle forme letterarie bisogna interrogare la realtà, non l’estetica, neanche quella realistica. La verità può essere taciuta in molti modi e in molti modi dichiarata.  Noi deriviamo la nostra estetica, così come la nostra moralità, dai bisogni della nostra lotta.[24]

Fino alla metà degli anni Ottanta, per la Sicilia occidentale e l’area trapanese, l’“avanguardia” dell’Antigruppo gravitò ancora attorno alla rivista Impegno 80, prima Impegno 70, la rivista fondata dal poeta mazarese Rolando Certa, e alla terza pagina del giornale Trapani Nuova, diretta dal poeta siculo-americano Nat Scammacca. Con la chiusura di Trapani Nuova, la morte di Rolando Certa, che determinò anche la morte della rivista <<Impegno80>> e anche degli Incontri fra i popoli del Mediterraneo di Mazara del Vallo, il gruppo Antigruppo, anche quello che stava nella redazione della rivista, si eclissò e il destino individuale si prese cura di ciascuno secondo il gioco della sorte e dello sviluppo delle scelte e delle decisioni che ognuno fece.

[1] Nat Scammacca, La poetica populista dell’Antigruppo, in <<Impegno 70>>, V-VI e VII , 1975-1977, 19/27, pp. 51, 52.

[1]Gianni Diecidue, L’avanguardia in cui crediamo è l’Antigruppo come impegno, in <<Impegno70>>, I, 1971, 1, pp. 6-7.

2Gianni Diecidue, Nuovo realismo, sicilianità e dialogo internazionale,in << Impegno80>>, VII, 1985-1986, 21/23, pp. 8-13.

[3]  Nicola Di Maio, Introduzione ad una verifica 1 e 2 , in <<Antigruppo Palermo>>, Palermo 1975, n. 7, e in <<Intergruppo>>, Palermo 1976, n. 8.

4Ivi.

[5] Guido Gugliemi, Poesia e dialettica, in <<Nuova Corrente>>, 1982, n. 89, p. 475.

[6]Francesco Muzzioli, Una linea alternativa, in  Poesia italiana della contraddizione, a cura di Franco Cavallo e Mario Lunetta,  Newton Compton Editori, Roma 1989, pp. 303-304

[7] Filippo Bettini, Tendenza e progetto, in  Poesia italiana della contraddizion cit., pp.315-316.

[8] Wolf Lepenies, Melanconia e società, Guida Editori, Napoli 1985.

[9]Giovanni Occhipinti, Il Gruppo’63 e L’Antigruppo’68, in  Atti del Convegno di Studi su la poesia del secondo Novecento Siciliano, a cura di Emanuele Schembari, Libroitaliano, Ragusa 1998, p. 110.

[10]Aldo Gerbino, “Antigruppo” e gruppi fra Trapani e Palermo. Maniera, impegno e canto, in  Storia della Sicilia (Pensiero e cultura dell’Ottocento e del Novecento), a cura di Natale Tedesco, Editalia Domenico Sanfilippo Editore, Palermo 2001, vol. VIII,  p. 601.

[11]Bertolt Brecht, Letteratura popolare  e Ampiezza e varietà dello stile realistico, in Scritti sulla letteratura e sull’arte, Einaudi, Torino 1973, pp. 206, 218, 219.

[12] Gilberto Finzi, Un “fare” di tutti e per tutti (Dibattito sull’Antigruppo), in <<Impegno 70>>,  V-VI e VII, 1975-1977, 19/27, pp. 58, 59.

[13] Nicola Di Maio, Appunti per una poetica dell’Anti, in <<Impegno 70>>,  III , 1973, 8-11, pp. 27.

[14] Pietro Terminelli, I sopravvissuti del Gruppo 63, in <<Impegno 70>>, II,  1972, 4/7, p. 99.

[15] Rolando Certa, Uno strumento di avanguardia, in <<Impegno80>>, I, 1980, 1,  pp.35.

[1] Nat Scammacca, La poetica populista dell’Antigruppo, in <<Impegno 70>>, V-VI e VII , 1975-1977, 19/27, pp. 51, 52.

[16] Adriano Spatola, Poesia apoesia e poesia totale, in Gruppo 63. Critica e teoria, testo&immagine, Torino 2003, pp. 100, 101.

[17] Edoardo Sanguineti, Poesia Informale, in Gruppo 63. Critica e teoria, testo&immagine, Torino 2003, pp.52-53.

[1]Nat Scammacca, Una possibile poetica per un Antigruppo, Celebes Editore, Trapani 1970, p. 47.

[1] Rolando Certa, Le due anime dell’Antigruppo, in <<Impegno 70>>, V-VI e VII,  1975-1977, 19/27,  p. 42.

[18] Fabio Gambero, Strutture e riletture, in Colloquio con Edoardo Sanguineti, Anabasi, Milano 1993, p. 106.

[19] Galvano della Volpe, Sul concetto di “avanguardia”, in Critica del gusto, Feltrinelli, Milano 1979,  p. 160.

[20]Gianni Diecidue, L’Antigruppo come impegno, in Un tulipano rosso, introduce e coordina Santo Calì,  Edigraf, Catania 1971, pp.99-100.

[21]Nat Scammacca, Una possibile poetica per un Antigruppo, Celebes Editore, Trapani 1970, p. 47.

[22] Rolando Certa, Le due anime dell’Antigruppo, in <<Impegno 70>>, V-VI e VII,  1975-1977, 19/27,  p. 42.

[23] Nat Scammacca, La poetica populista dell’Antigruppo, in <<Impegno 70>>, V-VI e VII , 1975-1977, 19/27, pp. 51, 52.

[24]Bertolt Brecht, Letteratura popolare  e Ampiezza e varietà dello stile realistico, in Scritti sulla letteratura e sull’arte, Einaudi, Torino 1973, pp. 206, 218, 219

[1] Rolando Certa, Uno strumento di avanguardia, in <<Impegno80>>, I, 1980, 1,  pp.35.

[1] Adriano Spatola, Poesia apoesia e poesia totale, in Gruppo 63. Critica e teoria, testo&immagine, Torino 2003, pp. 100, 101.

[1] Edoardo Sanguineti, Poesia Informale, in Gruppo 63. Critica e teoria, testo&immagine, Torino 2003, pp.52-53.

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